CENTRALITÁ DELL’INDIVIDUO E VITTIMISMO: LE NUOVE ANIME DELLA SOCIETÁ CONTEMPORANEA 

  • Del capitalismo e della società: premesse.

Troppo spesso nel parlare della società contemporanea si fa riferimento a criteri desueti e duri a morire; si continua a parlare di destra e sinistra, di ricchi e poveri, capitalisti e categorie varie come lavoratori, emarginati, sfruttati, garantiti e precari, bianchi e neri, i potenti, i poteri forti. Ogni anno si trovano nuove definizioni per aggiustare il tiro in una realtà che cambia molto più rapidamente di prima.

Non pretendo che ci si adegui alla mia definizione relativa al capitalismo, termine nato e sviluppatosi soprattutto per aprire la strada alla società comunista che ne sarebbe l’antitesi, ma che, privato di ogni orpello ideologico, risulta essere semplicemente il frutto di un’evoluzione durata millenni. Se ci mettiamo in quest’ottica evolutiva allora possiamo continuare a usare quel termine, sebbene si rischi sempre di perderne la complessità. Il capitalismo medievale era una cosa, il capitalismo ai tempi di Luigi XIV un’altra, quello inglese della macchina a vapore fu ancora diverso, come pure diverso fu il capitalismo nel periodo delle due guerre mondiali e ancora di più quello in cui viviamo oggi. Non solo, ma pretendere di usare il termine per ogni stagione provoca grossi mal di testa, come ben sanno i marxisti del ‘900 impegnati in una difficile analisi delle classi in contesti storici e geografici differenti. Lo schema marxiano di 1) comunismo primitivo, 2) società schiavista, 3) società feudale, 4) società capitalistica, risultava sempre troppo stretto sia che si parlasse della Russia zarista, della Cina ai tempi di Mao, dei paesi europei dopo la Prima Guerra Mondiale, dell’America latina in tempi meno lontani.

Non pretendo neppure che si abolisca del tutto il termine “società”, come ha fatto Von Hayek nel suo The fatal conceit (pag.109), anche se il suo uso inflazionato risulta più nocivo che utile in quanto riconduce a un valore assoluto, astratto, del tutto metafisico, limitando così l’osservazione e lo studio delle relazioni tra le persone che sono di gran lunga molto più complesse. D’altra parte, un attento sguardo al percorso etimologico della parola ci fornirebbe un maggior numero di strumenti e filtri capaci di aiutare il nostro orientamento.

Società e Capitalismo sono due parole che, come tutte le parole ma molto più delle altre, richiedono un’attenzione particolare.

SOCIETÁ.

La parola deriva dal latino socius che vuol dire “compagno, persona unita ad altre da qualche elemento di utilità, di interessi, di idee”, quindi qualcosa di circoscritto; e così è arrivato nell’italiano nelle forme di società civile, società (borghese), società per azioni, società di mutuo soccorso e tanto altro. L’idea e la definizione per cui società sia l’insieme di tutte le persone è qualcosa di astratto, elaborato tra ‘700 e ‘800, per affermare un pregiudizio totale e totalitario che permette di pensare a un insieme di persone omogenee e felici. In questo senso la parola socialismo genera la parola società nell’uso attuale e non è invece il contrario. Il contrasto e le differenze (ad es. la società divisa in classi) devono essere superati estirpando ciò che la mina al suo interno, una volta i ricchi, un’altra gli ebrei, un’altra ancora i poteri forti.

CAPITALISMO.

Il grande dizionario della lingua italiana della UTET è quanto di meglio si possa trovare sull’uso della lingua italiana: si tratta di 21 volumi con 22.700 pagine e ogni pagina è divisa in 3 colonne. Andiamo alla parola “capitalismo” e vediamo che ad essa sono dedicate solo 7 righe di significato e 14 di citazioni. Gli autori citati sono Panzini, B. Croce ed E. Cecchi, tutti autori di fine 1800 e del 1900; anche la voce “capitalista” è articolata in misura poco maggiore. Cosa vuol dire tutto ciò? Semplicemente che il termine ha una storia recentissima che fa riferimento allo sviluppo del socialismo e in particolare del marxismo, di cui ha mantenuto tutti i colori e gli accenti negativi. Insomma, è una parola che si impone per i suoi connotati spregiativi e lo ha fatto ancora di più da quando la cultura è diventata di massa. I capitalisti del 1200 non si ritenevano tali e tali non si chiamavano: allora la ricchezza era esempio di distinzione e di emulazione, o di rispetto, nel caso non si potesse raggiungere.

Anche in questo caso, prima viene la critica all’economia di mercato e poi nasce la parola “capitalismo” per meglio identificare il nemico.

Se si vuole usare per sintesi le parole capitalismo e società, lo si faccia pure, ma si proceda subito ad un approfondimento che permetta di evitare gli equivoci diventati ormai qualcosa di strutturale. Evitiamo di procedere attraverso i consueti standard moralistici per cui al pronunciare la parola capitalismo subito si evocano gli orrori di una società che sfrutta e crea povertà; egualmente vale per società che presuppone l’interesse di tutti gli individui insieme contrapposto all’egoismo del singolo individuo. Si abbia la decenza nel primo caso di effettuare un’analisi storica e nel secondo caso di ricordare che in quanto sua parte l’individuo non è antagonista alla società.

 

  • Dell’individuo e del vittimismo.

Questa breve premessa permette di stabilire la cornice dentro la quale si muovono le mie riflessioni. L’approccio è, come sempre, di tipo euristico e tiene conto di quanto viene oggi sviluppato in termini scientifici per quanto riguarda sia le discipline fisiche sia quelle umanistiche.  Non pretendo che ciò che scrivo abbia un valore oggettivo ed universale e allo stesso tempo non lo colloco in un ambito puramente relativistico: pretendo che sia Verità in corso d’opera, che ha dei fondamenti a cui è legata ma in cui non si esaurisce. Si possono mettere in discussione sia quelle fondamenta sia quelle Verità, ma per farlo in termini positivi occorre muoversi nell’ambito della complessità, di una visione cioè non riduzionistica né relativistica.

Detto questo, cominciamo ad entrare nel merito di quanto mi sono proposto.

Due tesi vengono qui esposte: la prima riguarda il carattere decisivo che sta assumendo l’individuo nella formazione delle relazioni tra persone, nella loro conferma e nelle loro manifestazioni. Relazioni tra persone o relazioni sociali o società nel senso della molteplicità di presenze, della molteplicità di rapporti e loro movimento, della molteplicità di tensioni e attenzioni, di strutture e sovrastrutture a cui si dà vita in quel pullulare di microrganismi. Nascono e si distruggono legami, si operano separazioni e fusioni, si crea la vita e si produce morte, ci si separa nell’identità e ci si identifica nella separazione. Il tutto, nella sua complessità e generalità, agisce solo casualmente, sebbene talvolta un progetto possa avere successo in tutto o in parte. Gli individui hanno cessato di credere che la loro esistenza sia frutto del Caso o del Destino (comunque lo si chiami), ma allo stesso tempo hanno smesso di credersi quell’anello mancante che può fare la differenza nella determinazione del futuro dell’Umanità.

Il globale ha lasciato il posto al particolare-locale, il futuro al presente, il pensiero forte al pensiero debole, la metafisica al pragmatismo, il macro al micro: Dio è morto, i lanternoni si sono spenti e sul campo rimangono piccole e modeste lanterne che illuminano un piccolissimo spazio circostante.

Sembra che pochi siano rimasti a glorificare i Valori assoluti, religiosi o politici, mentre i più pensano ai fatti propri e a una vita sempre più circoscritta intorno a sé e prolungamento del sé: amori, amicizie, hobby. Un fatto curioso in questo evolversi turbinoso è che millenni vissuti avendo intorno e dentro un insieme di Valori Assoluti ha lasciato il segno e la loro ombra o scia, per quanto sfumate, rimangono in diverse forme.

C’è chi non ci pensa più e riduce all’esistente quotidiano il senso della propria vita: si accetta più o meno serenamente di essere per la morte, a scadenza cioè, complice il peso avuto da scienza e marxismo negli ultimi secoli; si crede in Dio e si va anche alla Messa, ma di fatto ciò che conta è il mondo della quotidianità, concreto e materiale, che non ha posto per il Sacro, complice anche l’evoluzione della Chiesa in particolare con il Papa argentino; si trasforma un hobby o una relazione (talvolta solo in tempi limitati) a qualcosa che si presenta come un Valore Assoluto come “life for surf e surf for life”, l’amore per una squadra, il viaggiare, Masterchef, Xfactor e ciò che vi si sente.

C’è poi la seconda tesi che riguarda il peso assunto dal vittimismo in questo nuovo quadro.   Si tratta di una costante che attraversa tutte le altre microposizioni, perché si cerca di spostarla su un piano globale con tracce di spiritualità, nonostante si viva nella dimensione, concreta e materiale, del quotidiano.

I colori dominanti del mondo contemporaneo, gli strumenti a cui abbiamo fatto ricorso dopo un processo evolutivo durato millenni per illuminare la nostra vita sono due: 1) la centralità dell’individuo, 2) il vittimismo. Seppur collegati, non si presentano a prima vista fortemente interdipendenti e sembrano due aspetti differenti che operano separatamente all’interno della stessa realtà.

Vediamoli un po’ meglio uno per uno.

 

  • Del quadro di riferimento.

Prima di vedere i due aspetti indicati sopra, ho bisogno di toccare alcuni punti che sono filtri di lettura per meglio comprendere quanto dirò.

Un primo elemento riguarda la dimensione evolutiva di tutto ciò che appartiene alla realtà, la natura, gli individui, i gruppi, le istituzioni. Per quanto riguarda gli individui bisogna pensare che evolvono i corpi, le menti e i suoi prodotti: esiste dunque anche una dimensione evolutiva delle emozioni, dei sentimenti e del pensiero.

Un secondo elemento riguarda la complessità di tutto ciò che appartiene alla realtà. Si tratta di interdipendenza e ricorsività, di legami forti e legami deboli, di vincoli che determinano delle possibilità, solo quelle e non altre, ma non una volta per tutte, perché le possibilità possono modificare il campo di gioco e creare nuovi vincoli.

Un terzo elemento riguarda il carattere storico e locale di questa rete immensa in cui le interazioni operano dei cambiamenti anche a grandi distanze (temporali e spaziali) che spesso non è facile né rintracciare né ripercorrere. E questo aspetto concerne sia gli individui sia i collegamenti che questi stabiliscono sia le strutture consolidate come amicizie, amori, istituzioni periferiche e istituzioni centrali.

Un quarto elemento di cui tener conto è la dinamicità con cui i flussi scorrono in tutte le direzioni della rete, una dinamicità che può esprimersi in diverse maniere anche in base all’intensità con cui essi si muovono.

Un quinto elemento riguarda il fatto che alcune cose sono scontate, ma la maggior parte di relazioni e individui ci risulta ancora ignota e soprattutto di difficile controllo. Questo significa che molto sappiamo, moltissimo ci resta da sapere e ancora di più abbiamo difficoltà a controllare e dunque a prevedere.

Un sesto elemento ci dice che una rete, indipendentemente dalla sua grandezza, è composta di nodi (hub) e collegamenti; noi siamo un hub da cui si dipartono legami di vario genere (personali, professionali, sentimentali, culturali…) e noi stessi siamo una rete. In questo senso i flussi risulteranno più intensi in prossimità dell’hub e andranno poi sempre più disperdendosi.

In sintesi, dunque, contrariamente al passato quando eravamo in balia del Caso, del Caos o di Leggi universali oggi ci troviamo immersi in una realtà di cui non siamo più semplici pedine di una Volontà metafisica o storica, ma persone che possono svolgere un ruolo non tanto nei destini dell’Universo quanto nella propria esistenza. Il libero arbitrio cessa di essere una fantasia, una speculazione o una caratteristica di poche persone, ma diventa l’aspetto più importante della nostra persona e della nostra esistenza.

 

  • La centralità dell’individuo: le origini.

Quando mio nonno partì per l’Etiopia, mio padre per l’Africa Orientale e mio zio per l’Oriente lo fecero con piena coscienza, ma la loro libera scelta operava all’interno di un sistema in cui l’amore e il dovere verso la patria erano come l’aria che si respira. Quando l’altro mio nonno partì per l’America lo fece per libera scelta, ma dentro un quadro ben definito di emigrazione: non moriva di fame, ma voleva e cercava una vita migliore. Quando poi tornò in Italia avviò una piccola impresa e poté permettersi di mandare i figli, anche una donna-mia madre, all’Università. Due figli decisero di mettere su famiglia, mentre l’altro decise di non sposarsi e visse da single “don giovanni”: i primi rispondevano a modo loro a quello che era il comune progetto di vita considerato normale, il terzo poté scegliere un’altra strada grazie alla professione e a una cultura che, seppur minoritaria, aveva legittimato quel tipo di scelta.

Fino a pochi decenni fa gli orizzonti esistenziali comuni riguardavano il lavoro, la famiglia e la Patria e chi si muoveva in altre direzioni non era né in tale numero né in tale forza da incrinare quel modello. Quel modello rappresentava il quadro di riferimento collettivo dentro il quale si muovevano persone singole, individui le cui scelte disegnavano un piccolo e modesto riquadro di una tela di enormi dimensioni. Lo stesso avveniva in tutto il mondo: quadro collettivo e scelte individuali. La differenza era (e in parte continua ad essere) nel fatto che lo scollamento tra quadro e scelte, tra collettivo e individuale è sempre stato minore in Occidente: nelle altre regioni la storia e la cultura avevano sedimentato modelli che portavano all’identificazione tra il quadro di riferimento e le scelte individuali. Ciò era vero non solo per pratiche che oggi condanniamo, come la fasciatura dei bambini in Cina, il rogo delle mogli vedove in India, infibulazione et similia nei paesi islamici, ma anche per pratiche più innocenti, come la partecipazione a riti religiosi, la dote nei matrimoni, la censura della maggior parte di opere artistiche.

Questa maggiore autonomia manifestata dall’individuo in Occidente è il frutto di una storia lunga quasi tre millenni, da quando cioè il mondo greco abbandona il Mythos e lo sostituisce con il Logos; il Mito irrigidiva l’esistente all’interno di un quadro definito e scontato, mentre la Ragione lo metteva in discussione introducendo un metodo che avrebbe poi messo in discussione anche se stessa. Il vero salto fu operato dal Cristianesimo, che nacque nel tessuto germogliativo del Logos, fornendo orizzonti che ancora oggi a distanza di 2000 anni sono tutti da esplorare. L’elemento veramente nuovo introdotto riguarda il ruolo della persona, cioè dell’individuo, che, essendo dotato di libero arbitrio, diventa l’elemento essenziale nella storia umana. La sua centralità rimane qualcosa di teorico perché schiacciata dalla storia degli uomini fatta di miseria e violenza tanto che un grande autore cristiano come Manzoni riconosce in gran parte delle sue opere l’impossibilità per ognuno di noi di uscire dalla non felice alternativa: fare il male o subirlo. Cambierà prospettiva nella sua più grande opera, cioè I promessi sposi. Eppure, nella storia dell’umanità in cui miseria e violenza sono all’ordine del giorno, si è sempre visto che individui come Re, Sacerdoti, Scrittori, Generali, Studiosi hanno svolto un ruolo decisivo nell’evoluzione della società umana. Non solo, ma col passare dei secoli in Occidente sempre più individui ne sono stati dei protagonisti: artigiani, politici, amministratori, mercanti, intellettuali. L’essere artefici del proprio destino, così come lo ricordano Pico della Mirandola e tanti altri, diventa una possibilità che si apre davanti alla vita di un numero crescente e sempre più ampio di persone. È anche questo uno degli aspetti propulsivi che hanno spinto la società occidentale ad andare oltre il circolare ripetersi degli eventi, sempre eguali a se stessi, sempre immutabili, sempre chiusi in un destino di cui siamo solo pedine. E lo ha fatto realizzando molti dei sogni degli antichi: non solo volare o varcare continenti o guarire da malattie che avevano decimato la popolazione mondiale o ancora fornire cibo a tutti e prolungare il tempo di vita. Tutte cose importanti, certo, e che erano prime nella lista dei desideri fino a pochi secoli fa, ma ha fatto di più, permettendo di allargare il contributo degli individui alla vita sociale sia con la liberaldemocrazia sia con l’avvento di una cultura di massa. È evidente che il processo non è stato lineare e che si sia realizzato attraverso contraddizioni e sponde contrastanti, ma è evidente anche che oggi ci troviamo, non solo in Occidente, a poter gestire il proprio percorso esistenziale nel modo che di volta in volta riteniamo più adeguato e confacente. Sacche di resistenza si trovano là dove la religione, soprattutto l’Islam, e l’ideologia, soprattutto il comunismo, continuano a imporre regole che tendono a privare gli individui di quella libertà di cui andare fieri. Come in passato il dogma, religioso o ideologico, irrigidisce i movimenti, lobotomizza la mente e punisce duramente chi non si adegua: il ruolo della donna è molto più che emblematico di questa situazione.

Se le critiche all’Occidente per il suo ruolo patriarcale, razzista, colonialista sono semplicemente ridicole in una prospettiva storica, riducendosi a litanie moralistiche e anacronistiche, una critica reale sempre più emergente riguarda al contrario l’evoluzione del concetto di libertà, che per fortuna la scienza ci ricorda non essere assoluta ma il frutto di una relazione tra vincoli e possibilità.

Una tendenza, che sembrava dirompente e che per fortuna ha iniziato la sua crisi, riguarda aver portato agli estremi il concetto di libertà che, privato di vincoli, cessa di essere tale.

Questo argomento non rientra però nel senso di queste pagine.

Torniamo dunque alla centralità dell’individuo.

 

  • La centralità dell’individuo: la crisi del comunitarismo.

L’identificazione collettiva dell’individuo appartiene alla storia dell’umanità ed è la base dei regolari e costanti conflitti che hanno caratterizzato la vita nella Terra: dagli scontri tra gruppi di nomadi nella Preistoria fino ai più recenti episodi militari la dimensione comunitaria in cui si ritrovano gli individui risulta l’elemento determinante. In generale però questa dimensione si è fortemente ridotta dopo aver raggiunto il suo massimo nella Seconda Guerra Mondiale soprattutto in relazione alla crescita del ruolo dell’individuo nelle diverse società. Naturalmente non viviamo in un’età dell’oro e nuove difficoltà sostituiscono le vecchie, richiedendo un approccio diverso.

La soddisfazione di bisogni elementari e l’affermazione di una cultura di massa, resa possibile e incrementata anche dalle moderne tecnologie, hanno fatto sì che ogni individuo nel pianeta sia in grado di elaborare un personale percorso di vita, spesso non originale ma che non è il frutto di una dimensione comunitaria.

I conflitti religiosi in Europa sono terminati nel 1648 proiettandosi al di fuori del continente; i conflitti nazionalistici hanno visto la loro fine nel 1945, nonostante focolai anche intensi non siano mancati (come l’odierna aggressione russa all’Ucraina); i conflitti religiosi interessano quasi esclusivamente l’Islam (con macchie induiste in India e buddiste in Birmania); i conflitti ideologici sono stati di fatto spenti con il crollo dei paesi comunisti o la loro riconversione come è successo in Cina e Vietnam.

Se nella prima metà del 1900 abbiamo visto conflitti su base nazionale tali da poter parlare di Guerre Mondiali, la seconda metà ha visto il realizzarsi di due fenomeni che hanno spostato oltre la dinamica del conflitto tra nazioni, di fatto archiviandola.

Il primo riguarda la costruzione di entità sovranazionali come l’Unione Europea e i numerosi trattati come il Mercosur, l’Asean e altri di minore portata. Il secondo riguarda il fenomeno della globalizzazione che alcuni vorrebbero cancellare, mentre altri ne hanno già decretato la morte.

Un’analisi storica di tipo evolutivo e dunque complessa non può confondere le cadute o gli arresti con un percorso che corrisponde a quanto si è verificato dal lontano passato ai tempi recenti. Il carattere individuato non significa un ritorno alla necessità storica, che ha trionfato per qualche secolo e che rispondeva a criteri puramente ideologici, ma esprime la determinazione di un orizzonte che di fatto come tale orienta le scelte individuali e collettive. Ciò che è in gioco non è la crescita di legami tra i diversi soggetti-hub, ma le forme che la rete prenderà e soprattutto i costi e i tempi. I costi umani, in primo luogo, non sono prevedibili perché le possibilità che di volta in volta si aprono sono molto variabili. Allo stesso modo anche i tempi risultano indeterminati, perché l’evoluzione storica ci ha mostrato sia degli stop anche di lunga durata sia delle accelerazioni improvvise. Il crollo del muro di Berlino e dei sistemi sovietici nell’est europeo apparivano una fantasia anche agli uomini più sperimentati nel campo geopolitico (vedi ad es. Kissinger), mentre quel crollo ha certo ridisegnato il panorama dell’Europa dell’est, ma non ha impedito alla Russia di tornare ad essere uno Stato dispotico molto simile alla vecchia Unione Sovietica.

Capire che l’epoca di individui uniformati all’interno di comunità è finita non significa credere che ci aspettano periodi di anarchia o di età dell’oro: la realtà collettiva e comunitaria rimane, ma cessa di essere il punto di riferimento delle dinamiche sociali. È successo in India con le caste, in Europa con le ideologie totalitarie, negli Stati Uniti e in Sud Africa con le discriminazioni razziali e, ovunque la storia si è strutturata in rigidi compartimenti collettivi come le tribù africane, quelle strutture vengono erose in misura sempre maggiore.

Il comunitarismo, come sanno bene in India, porta solo al conflitto, un conflitto “tossico” e mortale.

Gli uomini vi sono abituati dai tempi della loro presenza sulla Terra e non se ne libereranno facilmente, per questo la comprensione di come funzionano e si sviluppano le reti e i fenomeni complessi aiuta moltissimo. Esiste una differenza profonda tra componente strategica e fenomeno tattico: la strategia ci dice che certi percorsi sono preferibili ad altri, basta pensare al dilemma del prigioniero (soluzione nel “tit for tat”), che dimostra come una strategia cooperativa porti ai maggiori benefici, contrariamente a quanto comunemente si pensa. La strategia cooperativa non nega il conflitto ma ne fa uno strumento momentaneo, episodico, in base al quale la soluzione sarà sempre in un atteggiamento cooperativo. Naturalmente questo richiede un riconoscimento del terreno di gioco: non valeva per i Nazisti che volevano sterminare gli Ebrei, non vale per quei movimenti islamici che vogliono oggi lo stesso, non vale per quelle nazioni come la Russia che vogliono imporre la propria politica di potenza. Sono le increspature della Storia, la quale non è una realtà statica e circolare, ma qualcosa in continua evoluzione. E la Storia ci ha immessi in un mondo in cui il richiamo alla cooperazione accomuna la quasi totalità degli attori, come pure la democrazia, la libertà, i diritti e tutto quanto proviene dalla tradizione liberaldemocratica: certo una cosa sono i proclami un’altra i fatti, ma ciò non toglie che, proprio strategicamente, quei proclami sono tutt’altro che inefficaci. Batti e ribatti alla fine ci si convince che i diritti umani eguali sono l’unica via d’uscita: vale per le donne iraniane e afgane, per i curdi nel Medio Oriente, per i cristiani della Nigeria, per i copti egiziani, per gli individui del Venezuela.

 

  • La centralità dell’individuo: su cosa è individuo.

 

La società di massa, l’uomo massa, la cultura di massa sono un percorso storico che pochi hanno colto nel suo senso reale, preferendo una visione ideologica che riconduce alle classi, dove la massa è solo quella lavoratrice, perché la borghesia è solo un ceto oppressore, mistificatore, manipolatore.

Comprendere l’avvento della massa significa comprendere l’avvento dell’individuo, che ne è l’elemento costitutivo.

Nonostante completamente occidentale, e soprattutto cristiana (o forse proprio per questo), la nozione di individuo è stata colorata dell’egoismo e dell’individualismo, a cui contrapporre un ideale, del tutto astratto e inventato, caratterizzato dall’altruismo e dalla solidarietà, di cui sarebbero portatori le classi subordinate. L’ideale cristiano di soccorrere i poveri, i malati, i derelitti viene lentamente sostituito da un ideale socialista plasmato dai gruppi dirigenti per legittimare il proprio potere. L’astrazione è tale da rimuovere il ruolo dell’individuo che, quando non segue le direttive del Partito, è un traditore e segue solo ideali borghesi, per definizione basati sull’egoismo. Lo stesso Stakanov, eroe del lavoro sovietico, viene privato della sua individualità, ridotta a un principio morale. La martellante campagna anticapitalistica è continuata anche dopo il crollo del comunismo, criticando non i singoli uomini per condotte sbagliate, ma l’intera classe dei “padroni”, tutti “sfruttatori” e “speculatori” contro il popolo. Eppure, le società oggi non sono più il 95% dei proletari e il 5% dei borghesi (mai comunque lo furono), essendo molto composite, variegate ed articolate, dove il peso del lavoro subordinato è andato decrescendo fortemente. Ci sono imprenditori che hanno commesso errori e violato norme, ma mettere alla gogna la classe imprenditoriale (nazionale o multinazionale) è stupido e autolesionistico. Il conflitto sociale, le lotte economiche per migliori condizioni di vita, lo sforzo che ognuno fa per cercare di creare una vita soddisfacente a se stesso e alla propria famiglia, cioè le dinamiche reali, vengono trasformate in qualcosa di moralistico. Il bene contro il male, il buono contro il cattivo. Qualcuno continua a credere che le vittorie di Giulio Cesare siano merito del suo cuoco e che a parte grandi scienziati del passato (da Volta a Curie) i progressi della società mondiale dipendano da generici lavoratori: le aziende (nazionali o multinazionali) che impiegano migliaia di ricercatori e tecnici pensano solo allo sfruttamento. In questo modo non solo non si comprendono minimamente le dinamiche odierne, ma si nega un ruolo decisivo a quei lavoratori che ormai sono milioni che mettono al servizio della società la propria cultura e le proprie competenze. Questi lavoratori operano per i benefici che vengono loro offerti e non perché buone persone.

Hai donato il sangue? Ha dato il tuo contributo a Telethon? Alla ricerca sul cancro? Ad Amnesty, a Medici senza frontiere, a Emergency, a File? La richiesta ti pone di fronte a persone che cercano di sfruttare il tuo senso di colpa, perché se non fai l’offerta devi giustificarti. Come individuo puoi solo essere una cattiva persona, perché come persona puoi esistere solo pensando al prossimo: resistere alle pressioni collettive (sindacali, benefattrici, di promozione sociale) è sempre più un’impresa, dal momento che se resisti lo stigma ti colpisce inesorabilmente. E l’Italia è un modello di tutto questo.

È da mesi che si dibatte se Mussolini ha fatto anche qualcosa di buono, come se un problema storico debba essere affrontato con criteri morali.

La scuola italiana, quella che per legge garantisce il successo formativo degli studenti, è in prima linea. Più che conoscenze e competenze è tutto un rincorrersi di corsi: sulla salute, sulle dipendenze, sulle ludopatie, sul bullismo, sul rispetto, su dislessia, discalculia e disgrafia, sul razzismo, su volontariato e solidarietà, il tutto incorniciato nel quadro della sovrintendente “INCLUSIONE”. Morale e moralismo sono ormai il pane e il vino quotidiani, i sacramenti senza i quali difficile è la nostra partecipazione alla società. E poi ci si meraviglia se nelle indagini internazionali (es. PISA) i nostri studenti sono fortemente carenti nella comprensione di un testo e in matematica. Non perché sia sbagliato affrontare quei temi, il nodo è che sono presentati in forma astratta, senza alcun contatto con le dinamiche reali: la salute propone un modello carcerario, le dipendenze fanno di tutta l’erba un fascio, la ludopatia criminalizza gli hobby pur sapendo che i rischi fanno parte della vita, il bullismo si combatte col rispetto delle norme e non con l’invito moralistico, il rispetto richiede reciprocità e non può negare il merito e la voglia di affermarsi, dislessia e disgrafia sono aspetti della persona, come la difficoltà di concentrarsi, poca memoria, una storia genetica e familiare che crea inevitabilmente dei limiti ma non nega delle opportunità, il volontariato e la solidarietà sono presentati come valori assoluti, mentre il razzismo e la più ampia esigenza di inclusione negano la Storia mostrando come il cattivo sia solo e sempre l’Occidente, mentre nel resto del mondo “vissero e vivono tutti felici e contenti”.

Affrontare la Storia in termini di anacronismo e moralismo porta alla costruzione di riflessioni ideologiche completamente sganciate dalla realtà degli eventi e delle persone. Si sono così create delle bolle che hanno agito su quelle che sono caratteristiche strutturali dell’essere umano, dando vita a una frattura sempre più netta tra collettivo e individuale, tra pensiero e comportamenti. Questo fenomeno è comunque comprensibile e rinvia alla trasformazione del convivere umano (società) in essere massa, società cultura uomo. La massa è composta di individui, mentre la società di prima era composta di comunità dove l’individuo scompariva, facendo della sua identità qualcosa di scolorito. Le comunità avevano la capacità e la forza di spostare l’insieme sociale, mentre l’individuo non ha la stessa energia, ma ciò non vuol dire che sia in balia di qualcosa che lo sovrasta, al contrario recupera quella capacità e quella forza non più a partire dall’essere comunità, ma dall’essere individuo, insieme di individui.

La società-massa di oggi è più simile a una rete con tutti i suoi hub e i legami tra i diversi hub-individui; prima la società aveva il colore che le forze collettive determinavano, mentre oggi il suo colore è variopinto con quasi infinite sfumature. Come una rete la prospettiva cambia a seconda del punto di osservazione e così si creano molteplici prospettive, molteplici orizzonti, molteplici angolature. La società, intesa come insieme comunitario, sopravvive attraverso le istituzioni che rappresentano la cornice e determinano le regole del gioco. Le istituzioni non vanno confuse con la società anche se ne sono un’emanazione, storica e logica; allo stesso modo gli individui non vanno confusi, né nelle azioni né nelle opinioni, con la società e ancor meno con le istituzioni.

Marx diceva che le idee dominanti sono quelle della classe dominante. Se mai è stata vera questa affermazione, oggi non lo è per nulla.

Le agenzie di sondaggi e statistiche fanno del loro meglio per cercare di classificare i gusti della popolazione e i giornali riportano ampiamente questi dati. Talvolta, come nelle elezioni, ci indovinano, talvolta invece sbagliano e di grosso. La statistica è il modo nuovo con cui si è cercato di mantenere il criterio previsionale, una volta che la scienza basata su leggi assolute e previsioni deterministiche ha presentato numerose mancanze. Sondaggi e statistiche sollecitano soprattutto la curiosità delle persone che poi pensano ad altro. Il passaggio dall’ipotesi deterministica all’ipotesi statistica ha coinvolto anche le Università, in forme e misure sempre più ampie e differenziate.

Uno studio dell’Università tal de tali ha “dimostrato che…” se leggiamo meglio si tratta di un sondaggio con un modesto numero di persone e si evidenziano delle affinità. Si arriva anche alla truffa nel caso dell’affermazione “il 96% degli scienziati riconosce che il riscaldamento globale ha cause antropiche”. Non sempre c’è la truffa, molto più spesso è uno dei modi che si inventano per farci sentire importanti, in questo caso degli scienziati. Ci sono anche studi seri naturalmente, ma qui a me interessa mettere in evidenza come, insieme alle sfumature che separano gli individui, si creano sfumature per valorizzare le persone. Non lo fa la società, non lo fanno i poteri forti, non lo fa il pensiero unico: anche in questo caso è semplice, naturale autorganizzazione che, oltre a caratterizzare elementi e fenomeni della natura, riguarda anche le comunità umane.

In una società di massa, non irrigidita in gruppi strutturalmente conformati e dichiarati, come le classi sociali, le caste, le ideologie politiche e religiose, dunque una realtà comunitaria ampia come una rete, aumentano a dismisura sia gli hub (i nodi di scambio) sia i legami tra di loro sia l’energia che percorre tutti i rami della rete. Il tutto mentre cresce anche la polidirezionalità di quei flussi. Pretendere che un sistema così rallenti e diminuisca il numero dei soggetti e delle interazioni non è pensabile: dobbiamo fare i conti con questa enorme trasformazione e partire da essa. Ben poco si è fatto e ben poco si sta facendo, ma il terreno che ci aspetta è talmente ampio che ogni sforzo anche minimo può risultare utile. Gli “innovatori” riducono quello spazio che ci sta davanti all’innovazione tecnologica esemplificata al massimo dall’Intelligenza Artificiale.

 

  • La centralità dell’individuo: una divagazione epistemologica.

 

Si tratta, come sempre avviene all’inizio di importanti trasformazioni, di saper leggere in modo diretto, fenomenologico, ciò che vediamo sia dentro di noi sia intorno a noi. È vero che una lettura di tipo fenomenologico si scontra con i pre-giudizi che ci conformano, ma ciò non ci impedisce di mantenere separati i due aspetti: il rischio è sempre quello del “pregiudizio di conferma” a cui non siamo esenti. Ci sono categorie che dominano e che abbiamo usato per secoli da cui è difficile scappare ed è per questo che spesso i reali tempi di trasformazione sono molto lunghi. Prendiamo un/a femminista che legge sui media di un femminicidio oggi e uno domani e un altro domani l’altro; trova pronto il criterio antimaschile e lo sposa. Quando legge di un maschicidio ha due reazioni: evidentemente lui se l’è meritato oppure, e qui si trova il cliché storico, “l’eccezione conferma la regola”. Idem quando legge dell’omicidio all’interno di una coppia gay.

Parentesi epistemologica.

Dove nasce il “pregiudizio o bias di conferma”?

Facciamo un passo indietro per come funziona e ha funzionato la conoscenza. Ormai è appurato che una conoscenza oggettiva presenta difficoltà insormontabili e allo stesso tempo una conoscenza soggettiva è infinitamente limitativa. Superate le fasi teologiche si è affermato il metodo scientifico, mai messo in discussione: ipotesi, verifica esperienziale, Legge. Funzionava e dunque andava bene: naturalmente i limiti conoscitivi non potevano essere visti come limiti assoluti e le ripetute conferme, anche attraverso correzioni, mostravano come quei limiti sarebbero stati varcati. Ripetizione, linearità, sviluppo regolare e progressivo, previsionalità, cioè la capacità di prevedere o fare previsioni su eventi futuri basandosi su dati o modelli.

Determinismo.

Il motto latino “in medio stat virtus” viene confermato, diffuso e istituzionalizzato attraverso la “Campana di Gauss”: essa mostra come la maggior parte dei fenomeni si colloca al centro, mentre le code in più o in meno risultano ridotte. Distribuzione normale. La curva a campana non è sbagliata e riflette in modo fotografico (cioè statico) una determinata situazione, ma nulla ci dice sulle possibili trasformazioni e, al contrario, provenendo dalla storia deterministica suppone che la situazione rimarrà invariata.

Negli ultimi cento anni tutto ciò è entrato in crisi: evoluzionismo, fisica quantistica, neuroscienze, complessità. Si sono verificate numerose ipotesi che contraddicono tutto l’apparato epistemologico precedente: Heisenberg, Gödel, l’effetto farfalla di Lorentz, il margine del caos, l’autorganizzazione, le emergenze trasformative. E così entrano in crisi anche “l’eccezione conferma la regola”, “il rasoio di Okham” (principio per cui tra due ipotesi la più veridica è quella più semplice) e tutto l’apparato epistemologico di facile accesso anche ai non accademici.

La cultura in senso lato, le conoscenze in senso stretto sono ormai prerogativa di massa e dunque ogni individuo ne dispone e ne fa l’uso che meglio preferisce; l’uso comune, coerente con le caratteristiche umane mai smentite, è quello che lo porta a valorizzare la propria persona. In tempi passati l’ubbidienza era l’unico modo riconosciuto per valorizzare la propria persona e non era importante che essa avvenisse in nome di valori e principi, anche se questo poteva incentivare certi comportamenti. Il soldato ubbidiva all’ufficiale, il pedone di una gang al boss, la moglie al marito, gli operai ai dirigenti, i giocatori all’arbitro e così via. Ciò avveniva perché il riferimento, la cornice erano caratterizzati da una gerarchia accettata e spesso riconosciuta. La gerarchia piramidale non è un sopruso, ma un mezzo con cui si garantisce la sopravvivenza (e l’imposizione) del gruppo: la nazione, la famiglia criminale, la famiglia naturale, il successo di un’azienda, la regolarità di un campionato.

L’operaio poteva anche avere delle intuizioni, ma non poteva competere con l’ingegnere e lo stesso valeva per gli altri soggetti gerarchicamente organizzati. Diciamo che l’organizzazione gerarchica è un sistema semplice, ma funzionale con cui si è cercato di garantire la vita.

Nel momento in cui la cultura e la conoscenza si fanno di massa, il sistema entra in crisi.

Tutti abbiamo riso del così detto “Dottor Internet” per cui crediamo di saperne di più e meglio di un medico laureato, e comunque tutti continuiamo a interrogare il Dottor Internet.

Gli studenti pretendono di imporre una scuola diversa in una moltitudine di avverse e controverse opinioni: una volta è imitare la Rivoluzione Culturale Cinese facendosi popolo, un’altra criticare gli stage in azienda come sfruttamento, una volta Impresa-Inglese-Informatica è sottomettersi al capitalismo, un’altra è criticare la valorizzazione dell’Umanesimo. Et cetera.

Il proliferare di opinioni è il frutto inevitabile, in una società aperta, della sua trasformazione in realtà di massa.

Più questa diventa di massa e più si diffondono le avverse e controverse opinioni. Prendiamo il femminismo sempre più diviso tra intersezionalità (Gaza val bene la messa della sottomissione femminile), ruolo attivo e proattivo del genere femminile e lotta dura e pura al patriarcato.

O l’aspro conflitto sui vaccini, su Israele e i Palestinesi dove si ha un ribaltamento completo, per cui gli Ebrei sterminati dai nazisti si sono identificati in questi, mentre i palestinesi-arabi che hanno avuto stretti rapporti con i nazisti sono diventati le vittime.

Una volta lo scontro era ideologico o di interesse, per la salvezza del proletariato o della razza, per il trionfo del paese dei lavoratori o della stirpe ariana, per la vittoria del PCI filosovietico o della DC filoamericana: eserciti l’un contro l’altro armati. Ora la guerra si fa a suon di post, naturalmente là dove non si verifica concretamente, tipo in Ucraina o in Medio Oriente, ma anche in diverse parti dell’Africa.

I così detti social danno sempre più libero sfogo alle convinzioni più disparate, con il solo obbiettivo per le persone che scrivono di mostrare di essere vivi, facendo la propria pisciatina quotidiana, indifferenti a ogni tipo di verifica. Essendo morti i valori e non avendo trovato dei sostituti, ogni affermazione è puramente tautologica, perché priva di riferimenti culturali: il richiamo alla democrazia intesa come libertà di dire qualsiasi cosa in qualsiasi contesto ne è la prova più evidente.

Lo abbiamo visto ai tempi del governo 5Stelle, quando si è citata mezza frase della Costituzione, diffondendo la convinzione che democrazia fosse “la sovranità appartiene al popolo” (art.1, c.2 per metà) omettendo la seconda metà che recita “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Eppure, nessuna verifica, ma semplice contrapposizione sempre più forzata: intellettuali, politici, molti uomo-massa non sono andati a controllare, mentre chi lo ha fatto ha insistito dicendo “sì ma è il popolo sovrano”. Un popolo di imbecilli? No! Solo che in una società complessa occorrono strumenti complessi e questi ci mancano, a partire dalla scuola che quando affronta la Costituzione non riesce ad andare oltre il c.1 dell’art.1. E così quel riferimento al lavoro diventa l’occasione per trasformare la Repubblica in un Paese avviato verso il Socialismo.

La morte della metafisica, come annunciato da Nietzsche e confermato da Heidegger, ha spostato l’attenzione verso l’aspetto puramente materiale della realtà, grazie anche allo sviluppo di scienza e tecnologia. In Italia il ritardo del pensiero scientifico e del pensiero filosofico andava di pari passo: Nietzsche e Heidegger erano considerati nazisti, mentre i più moderni erano legati a Hegel. Il filosofo che però andava per la maggiore era Marx in tutte le sue varianti e proiezioni, ma a livello popolare Marx voleva dire “Comunismo” e dunque “Partito Comunista”, la cui riflessione faceva fatica persino ad accettare Gramsci, come pure a criticare Stalin. E da Marx provenivano le strade che saranno percorse fino alla fine del 1900: poiché scienza e tecnica servono al trionfo del capitalismo, bisognava prima pensare al socialismo; poiché l’economia era la base di ogni società la critica all’economia capitalistica era radicale e dunque non c’era spazio per istanze socialdemocratiche; poiché la società borghese è una società individualistica tutto ciò che si muoveva nella direzione di maggiori libertà individuali, compreso donna omosessualità ambiente droghe, veniva ostacolato.

Rispetto agli altri paesi, compresa la Francia patria della Rivoluzione, l’Italia è sempre stata in forte ritardo nel riconoscere le trasformazioni sempre più consistenti e veloci. In mancanza di uno sviluppo del pensiero scientifico e filosofico il terreno è stato occupato dall’ideologia che continua ad avere un grosso peso: no all’autostrada del Sole, no al Nucleare, no all’Alta Velocità, immigrazione senza limiti né barriere, lavoro controllato dai sindacati, crescita del ruolo dello Stato, antiamericanismo dilagante e tanto altro.

Su cosa significhi “ideologia” è stato detto praticamente tutto a partire dallo stesso Marx (L’ideologia tedesca) fino ai saggi di Hanna Arendt, veramente dei nodi strutturali del pensiero. Non ho bisogno, dunque, di fare un riassuntino. Ciò che mi sembra importante mettere in evidenza è il peso che l’ideologia ha assunto nella società di massa, soprattutto in Italia. La società di massa ha provocato lo spegnimento di quei lanternoni-valori assoluti (ex Pirandello) che avevano dominato per secoli e la fioca illuminazione dei lanternini, creando una dispersione e una frammentazione di coscienza e conoscenza. L’ideologia ha ricreato i lanternoni che però, nel contesto di una società di massa, non riuscivano più ad accendersi, rimanendo lì un po’ ricordo del passato un po’ “aspettando Godot”. La frammentazione e la dispersione hanno dunque tardato a manifestarsi ed oggi anche in Italia ci ritroviamo nel comune sentire degli altri Paesi: quasi tutti si sono accorti che quei lanternoni non si accenderanno più.

Il Paese è rimasto bloccato per decenni nel sogno e nelle fantasie di un tempo.

Si è cercato di spostare l’ideologia comunista verso l’ideologia ambientalista e poi verso l’ideologia genericamente anti-oppressione, avendo come terreno comune la critica al capitalismo, all’America, al maschio bianco. Nonostante qualche successo temporaneo (l’ideologia è dura a morire perché è la via più facile per sfuggire alla responsabilità personale) la realtà e la Storia ci hanno fatto ripiombare nella nuova dimensione che è andata svelandosi lentamente. Da Nietzsche e da Baudelaire sono passati quasi due secoli e finalmente dobbiamo fare i conti con noi stessi.

Il sociale, pur rimanendo la cornice di riferimento, ha perso il ruolo di protagonista, lasciando libero campo all’individuo.

Cosa può fare l’individuo? Cosa sta facendo l’individuo? Come reagiscono le diverse parti della società? Quali espressioni comuni sostituiscono quelle in voga nel vecchio mondo?

 

 

  • La centralità dell’individuo: forme e figure.

 

Da Nietzsche e da Baudelaire sono passati quasi due secoli e finalmente dobbiamo fare i conti con noi stessi.

Il sociale, pur rimanendo la cornice di riferimento, ha perso il ruolo di protagonista, lasciando libero campo all’individuo.

Cosa può fare l’individuo? Cosa sta facendo l’individuo? Come reagiscono le diverse parti della società? Quali espressioni comuni sostituiscono quelle in voga nel vecchio mondo?

Cominciamo con le frasi che identificano il nuovo corso e che, per la loro semplicità, riassumono le nuove tendenze?

 

1)Un tempo si diceva “Stai con i piedi ben piantati in terra”, che voleva dire di non esagerare con le aspettative e che la dura realtà richiedeva particolare attenzione. Oggi invece la parola d’ordine è “Vivi realizzando i tuoi sogni”: un cambiamento radicale di paradigma. Non occorre un sondaggio accademico, ma basta sentire le parole delle migliaia di individui che in tutto il mondo si presentano a gare in cui mostrare il proprio talento: Masterchef, Bake of, X Factor, Italia’s got talent, ma anche i numerosi concorsi di poesia, piano, scrittura, disegno che servono ormai a esaltare la vanità e (si spera) anche la consapevolezza di così tante persone.

 

2)Il valore delle emozioni che un tempo erano ricondotte all’interno di qualcosa di più ampio come una delle tante componenti della persona. Nonostante le neuroscienze abbiano mostrano una relazione tra emozioni, sentimento e pensiero in cui, pur attraverso fenomeni ricorsivi, le emozioni rappresentano il gradino elementare, ebbene oggi è tutto un parlare di emozioni che hanno assunto il ruolo di protagonista. La canzone, il film, il quadro hanno valore solo se suscitano delle emozioni e così più di una generazione si è costruita in questa direzione facendo delle emozioni il sovrano e non un indicatore, importantissimo certo, di qualcosa di più profondo, da ricercare e studiare. Certo la liberazione delle emozioni è senz’altro un passo avanti nella consapevolezza della persona, ma farne il protagonista è solo un nuovo cul de sac. A me interessa questo aspetto perché le emozioni sono direttamente legate all’individuo che le esprime e dunque ci riportano all’attuale centralità dell’individuo.

 

3)Un tempo il benessere individuale e quello sociale ruotavano intorno al principio di razionalità, poi si è cominciato a considerare l’irrazionale come qualcosa di decisivo, una forma particolare (per alcuni speciale) di normalità. Il fenomeno ha aperto molte strade e conferme da parte anche delle neuroscienze, solo che si è andati molto oltre. Oggi l’irrazionale ha assunto talmente tante forme che ogni individuo si sente legittimato da questo suo modo di essere che lo rivendica semplicemente perché da lui prodotto. È il principio che in politica ha portato al motto “Uno vale uno”, ma che sentiamo quotidianamente con frasi del tipo “è un mio pensiero”, “lo dico io”, “sono libero o no?” et cetera.

L’irrazionalità, da componente finalmente riconosciuta della persona umana con cui fare i conti, è diventata un vanto per molti individui che così trovano un’attenzione e un riconoscimento altrimenti negati. Non si tratta solo degli emulatori di atti criminali o di persone che agiscono per una loro convinzione, ma di cantanti, scrittori, persone normali che invitano a uscire dalle convenzioni per distruggere il sistema. Il disordine contro l’ordine, ma non è più il nichilismo populista, religioso o anarchico che si sente parte della società e agisce socialmente; si tratta di individui che legittimano l’uscita dagli schemi, la trasgressione partendo dal presupposto che dobbiamo liberare il nostro vero IO. Stiamo vivendo una realtà in cui trasgressione e conformismo sono due facce della stessa medaglia.

 

4)La ricerca dell’IO. Nella storia dell’umanità non si è mai assistito a una tale insistenza sulla ricerca dell’IO, il vero IO, vissuta come atto rivoluzionario, addirittura con venature escatologiche. È vero che Socrate aveva detto “gnothi seauton-conosci te stesso”, ma la frase riguardava il riconoscimento nelle nostre azioni dei principi morali comuni; anche Sant’Agostino aveva spinto sull’analisi interiore come strumento di adeguamento alla morale cristiana. Il Cristianesimo, nelle sue varie sfaccettature o proiezioni, ha sempre riconosciuto l’importanza dell’individuo-persona perché soggetto al libero arbitrio: talvolta insistendo sull’aderenza alla Chiesa, talvolta con le derivazioni agostiniane, compreso Lutero, sulla deriva dell’individuo a causa del peccato che richiedeva uno sforzo interiore molto forte.

L’interesse ottocentesco per l’IO inteso proprio come la persona che parla, scrive, vive rappresenta un punto di svolta. Se è vero che in ogni scrittore è sempre presente colui che scrive in carne ed ossa, diretto o trasfigurato, è vero che solo a partire dalla metà dell’Ottocento esso emerge in forme sempre più dirette e visibili. Lo Spleen che Baudelaire esprime è la sua personale angoscia, fatta di cielo opprimente, di pipistrelli e conclusa con la nera bandiera piantata sul suo cranio. Così è per tutti gli scrittori, e soprattutto poeti, della moderna letteratura. Si trattava però di una letteratura di élite, in una cultura di élite, in una società di élite. Con uomini di élite.

Quando sempre più dopo il 1950 letteratura, cultura, società assumono le caratteristiche della massa tutto cambia. Gli uomini di élite diventano uomini-massa. Questi ereditano il lascito culturale e non hanno altri strumenti propri e personali se non quelli che permettono loro di parlare delle loro persone. La tecnologia ne raccoglie gli aneliti e subito gli uomini, le persone, gli individui vi si gettano a più non posso. I selfie sono il tentativo più curioso di questa emergenza, ma sono solo la punta dell’iceberg. Nulla di male se non fosse che i lasciti culturali ereditati sono stati privati della complessità che li aveva prodotti e così rimane l’esigenza tramandata da secoli (scienza in primis) di ricerca della Verità assoluta. Verità assoluta e IO portano al più grosso fraintendimento, quello di raggiungere un ipotetico “vero IO” attraverso le manifestazioni, reali e fittizie, storiche e fantastiche, banali e rilevanti, anodine e significative.

Queste briciole esperienziali vengono elevate a valori metafisici.

 

5)Il mutato valore attribuito al concetto di Rivoluzione. La Rivoluzione Francese è stata esaltata come il trionfo della libertà, ma questa visione è andata erodendosi negli ultimi decenni grazie a studi sempre più approfonditi tra i quali emerge il saggio di F. Furet “Il passato di un’illusione” che collega la Rivoluzione Francese nella fase giacobina alla Rivoluzione russa. Non senza difficoltà piano piano si è cominciato a mettere in discussione la Rivoluzione russa e si è cominciato a parlare di Colpo di Stato bolscevico; si è dunque chiarito che i Paesi dell’Est Europa erano comunisti solo per l’influenza e la presenza militare russa, eretti senza volontà popolare. Infine, è stata la volta della Rivoluzione culturale cinese e anche il trionfo vietnamita è crollato sotto i colpi della ricerca storica.

In conclusione, in questi ultimi decenni la Rivoluzione ha cessato di essere la levatrice della storia, rientrando in ranghi molto più modesti, quelli della lotta di potere. Nonostante molti intellettuali abbiano continuato a idealizzare l’esperienza comunista in tutto il mondo e a stabilire capziose differenze tra regimi comunisti e regimi di destra, piano piano anche il concetto di “Rivoluzione” è andato sbiadendosi fino a sgretolarsi. La rivoluzione era il massimo evento astratto che univa il popolo nell’interesse della società intera; con questo sgretolamento la rivoluzione rimane qualcosa di vuoto usato qua e là per cercare di dare peso a un discorso anticapitalistico, ma presto esce di scena. Si può parlare di rivoluzione ma non certo nei termini che l’ideologia comunista ha tramandato, mentre rimane il termine “rivoluzionario” che viene applicato a tanti campi della vita umana. Rivoluzione tecnologica, rivoluzione informatica, rivoluzione verde, rivoluzione femminile et similia.

Si è passati da una propaganda sociale che cercava di convincere i più a ribaltare il “sistema” a riferimenti molto particolari e specifici per indicare dei cambiamenti che, come la storia ci insegna, raramente prediligono la rottura rispetto alla continuità. Anche questa dissoluzione sposta l’interesse dal sociale al personale, dal pubblico al privato, dal collettivo all’individuale.

 

6)Il valore del perdono. Storicamente ha dominato la vendetta e non certo il perdono, ma mentre la vendetta apparteneva sia al dominio pubblico sia al dominio privato, il perdono è sempre stato un fatto personale e individuale. Non c’è dubbio che il perdono è un gesto nuovo nella storia dell’umanità ed è stato introdotto dal Cristianesimo che ne ha fatto un vero e proprio punto essenziale della propria dottrina. I rapporti tra Stati sono sempre il risultato di rapporti di forza che spesso hanno avuto bisogno di esprimersi in guerre sempre più sanguinose: i limiti che si è cercato di imporre hanno funzionato in modo molto relativo; semmai un quasi generale riconoscimento del principio democratico ha ridotto la violenza con cui questi rapporti si sono espressi.

Un fenomeno nuovo nei conflitti è il terrorismo che coinvolge un numero ridotto di persone sia nel campo degli assassini sia nel campo delle vittime.

Il fenomeno però veramente nuovo a cui assistiamo è la diffusione del “perdono” nei rapporti individuali.

Sembra che per essere accettati in società, oltre a proclamare buone intenzioni, sia necessario fare ammenda di quella parte naturale dell’essere umano che è l’odio, misto alla rabbia. Ogni caso di omicidio devasta intere famiglie, ma troppo spesso si assiste a casi di cronaca in cui sembra più importante sapere se le famiglie hanno perdonato il colpevole, così che in tante dichiarazioni dei membri di quelle famiglie compare una rimozione di ciò che si prova per far capire a chi ascolta che ci si è posti il problema del perdono. Basta seguire tutte le serie pluristagionali relative ai crimini o le domande dei giornalisti ai parenti delle vittime.

Il perdono è uno strumento individuale che mette in contatto degli individui: se il colpevole si pente, in genere lo fa per avere miglioramenti nella detenzione, ma le persone che perdonano lo fanno esclusivamente per stare meglio con se stessi, si sentono più buoni e questo permette loro di andare avanti. È giusto superare il trauma, ma questo non può avvenire fingendo che l’evento cessi di essere drammatico: il perdono è questa finzione che non serve alla società per diminuire attitudini violente, ma anzi le conferma, perché rende meno pesanti episodi che rimangono di una durezza estrema.

A livello internazionale questa pratica di scuse-perdono si ritrova nelle scuse che sempre più coinvolgono Stati per il male presunto fatto in epoche passate: un mea culpa, un “auto da fé”, di cui l’Occidente si sta macchiando sostituendo l’analisi storica con il moralismo e l’anacronismo.

Questa attitudine rafforza i lupi e condanna sempre di più le pecore. Questo però esula dal discorso che mi interessa, anche se i due fenomeni sono uno lo specchio dell’altro.

 

  • La centralità dell’individuo: dentro il perdono e il chiedere scusa.

 

La richiesta di perdono sempre più frequente in casi di omicidio è il tentativo di mediare tra condanna pubblica e virtù privata, o meglio tra condanna pubblica e volontà di potenza individuale; questa non ha gli strumenti (se non in episodiche situazioni) per esercitare la vendetta che è la più umana delle risposte e così riesce a salvarsi (cioè a continuare a vivere il meno dolorosamente possibile) facendosi portavoce fraudolento della vera e primaria vittima. Così va il mondo, ma il perdono è una cosa seria e come tale va affrontato.

Perdono. Non ho mai usato questa parola, che ho sempre sentito lontanissima dalla mia persona, perché mi ero sempre limitato all’uso comune che la comunità faceva di questa parola. Il perdonare è diventato negli ultimi anni, soprattutto col crescere della criminalità, un vero e proprio luogo comune. Qualcuno uccide tuo padre o il tuo figlioletto e presto la vittima fa sapere di aver perdonato l’assassino: cosa questo volesse dire mi è sempre risultato incomprensibile e l’ho sempre trovato disumano, perché soffoca la rabbia e l’odio della violenza subita. È qualcosa di pre-umano: solo piante e animali non reagiscono in questo tipo di situazioni. Certo tutto questo affonda le sue radici in una semplificazione del messaggio cristiano, come chiarisce Hanna Arendt.

Il perdono non è un gesto di beneficenza e deve coinvolgere tanto colui che perdona quanto colui che è perdonato.

Da un punto di vista etimologico si concorda sul derivare la parola per-donare da con-donare, diciamo dunque un condonare che diventa un perdonare: donare qualcosa, ricomponendo (con-) una rottura in modo tale che il donare compia (per-) un percorso. Il perdono in questo cornice, ma solo dentro questa, può avere un senso e in questo senso permette di creare vita ostacolando la tendenza all’irreversibilità: deve dunque esserci un dono e una piena responsabilità dell’anima (e dunque della parola) di entrambe le persone coinvolte.

La non-reversibilità non può essere un fenomeno circolare, ma a spirale; non sarà mai un ritorno puro e semplice al passato, ma dovrà trovare un terreno nuovo da cui ripartire, dovrà spostare su un piano più alto la relazione, perché solo così la vita prenderà il posto della morte (di una persona come di una relazione). Perdonare un criminale solo per malinteso spirito cristiano o solo perché questo ha chiesto scusa (magari per farsi diminuire la pena o, fuor di prigione, per trarre qualche vantaggio) non solo non è sufficiente, ma inutile e nefasto. Chiunque ha vissuto in Brasile qualche tempo sa bene come là sia costume chiedere scusa e ricominciare come niente fosse.

Senza il perdono che unisce le due persone, il chiedere scusa è una finzione della volontà di potenza: chi chiede scusa lo fa perché ne trae un vantaggio e chi accetta queste scuse rafforza nell’altro la di lui volontà di potenza. Quando due persone vivono un confronto-conflitto non sono in gioco né la ragione né il torto; ad un certo punto uno dei due chiede scusa, ma perché avvenga il perdono, quello dell’anima che cambia la vita, anzi le vite, anzi che la vita la crea, è necessario molto di più di una parola di cinque lettere.

Poiché non si parte da un riconoscimento oggettivo, che tu hai torto e io ho ragione, il chiedere scusa è un atto impegnativo che si colloca agli antipodi della quotidiana operazione cui tutti abbiamo assistito e che non è dissimile dallo scaccolarsi. Non è necessario un autodafé e neppure cospargersi il capo di cenere: il suicidio in certi casi sarebbe auspicabile ma in fondo non è necessario arrivare a tanto. Basta lavorare dentro di noi, mettere al muro la nostra anima, costringerla ad abbandonare la volontà di potenza materiale per quella spirituale, sapendo che la vita è un viaggio, in cui si deve essere pronti a cambiare abitudini cibo vestiti alloggio obbiettivo della macchina fotografica.

L’ostilità nei confronti dell’altro è sempre legittima, perché esprime una differenza, e la risposta istintiva che la nostra specie si è data per sopravvivere deve essere riconosciuta. Chiedere scusa significa –successivamente- privare di legittimità quell’ostilità e dunque aprire a quella differenza che ci aveva infastidito. Ogni richiesta di scusa è dunque un atto forte e decisivo che coinvolge tutta la nostra anima e tutta la nostra vita: quella semplice e modesta parola di cinque lettere può diventare una leva straordinaria solo se accompagnata da segnali significativi non distruttivi ma di apertura. Chiedere scusa e/o dire di aver sbagliato tutto sono le classiche espressioni di chi nulla vuole cambiare.

Di ciò non abbiamo bisogno. Di ciò la vita non ha bisogno. Ciò parla e diffonde solo il linguaggio della morte.

È in gioco la costruzione della propria anima e dunque la responsabilità e la prima responsabilità è verso se stessi. Chiedere scusa è tanto difficile e ardimentoso quanto perdonare e in questo senso si tratta di due cose non necessarie. In questo senso la vita non può dipendere esclusivamente da noi: l’unica cosa che possiamo fare è vivere questa attitudine al perdono e sperimentare la creazione di realtà che quell’attitudine genera.

Metafisicamente il perdono interrompe l’irreversibilità, ma storicamente e in una dinamica evolutiva le cose vanno giocate in prima persona. Il fallimento di molti perdoni non deve scoraggiare, si aprono comunque dei varchi e si intravvedono nuovi orizzonti. È ciò che ho vissuto attivamente. Purtroppo, l’evoluzione ha tempi lunghi, molto lunghi, ma, quando la responsabilità si impone, quei tempi coincidono con l’attimo e si creano nicchie evolutive. È lì la nostra casa.

 

10) La centralità dell’individuo: dal semplice al complesso.

 

Il Bene contro il Male è parte della Storia umana e risponde a uno dei primi tratti costituivi del processo evolutivo: Io-Bene e Tu-Male. All’inizio fu esclusivamente perché i frutti spontanei che si volevano raccogliere erano limitati, poi perché le terre in cui coltivare erano limitate: la volontà di potenza si è formata, conformata e ha preso coscienza di sé. Per secoli non si è prodotto più di quello che veniva prodotto negli anni precedenti, anzi spesso si avevano meno beni a disposizione a causa di eventi negativi di tipo atmosferico. A questo proposito si ricordano raramente le pessime stagioni precedenti la Rivoluzione Francese.

Diciamo che ci siamo trovati a una stabilità produttiva abbastanza costante: non era solo la fame, ma spesso morti precoci o neonatali e malattie endemiche o esplosive erano la consuetudine e un modo oggettivo per garantire ai sopravvissuti un minimo per continuare a vivere. La volontà di potenza garantiva a chi ne era maggiormente provvisto la possibilità di vivere migliori condizioni, anche se la garanzia non era assoluta, come dimostrarono le numerose epidemie. Il Bene contro il Male è rimasto qualcosa di decisivo nel procedere in questa direzione, perché garantiva vantaggi temporanei anche a chi si trovava in posizioni meno fortunate: in un primo tempo fu solo un’appendice, ma poi cominciò a svilupparsi in modo autonomo dando vita a complesse religioni, a complesse forme di pensiero e di ricerca, a complesse manifestazioni artistiche.

Naturalmente tutto ciò avvenne in modo poco lineare e poco causa-effetto, tanto che anche il pensiero (scientifico, storico, politico, filosofico, artistico) pur operando in modo reticolare e ramificato tendeva a risolversi in antitesi e in modo binario. La ricerca di leggi universali nelle scienze, la metafisica in filosofia, il determinismo e lo storicismo a livello storico e politico, la definizione di Bello in campo artistico. Rete sì, rami sì, ma poi la direzione era obbligata: l’Assoluto, il Fine, il Bello.

Tutto questo entra in crisi in forme sempre più approfondite a partire dal XIX secolo ed entra in crisi perché ricerca e studio non si fermano, soprattutto nelle aree geografiche dove ormai si è insediato il Logos, cioè l’Occidente. Con Nietzsche è la crisi della metafisica (la morte di Dio), con Darwin e la fisica del 1900 è la crisi delle leggi assolute (evoluzionismo e fisica quantistica), con Popper e Von Hayek è la crisi del determinismo (storia, politica, economia), con l’arte moderna il Bello si frantuma (impressionismo e gli altri a seguire). Tutto l’universo del sapere fondato dalle origini su saldi valori raggiunge territori inaspettati sebbene ciò sia avvenuto gradualmente attraverso modeste trasformazioni, piccoli passi, soluzioni avventate, decomposizioni e ricomposizioni che, mentre apparivano come piccole varianti o stravolgimenti, incidevano radicalmente sulle strutture. Il Diritto Romano e Machiavelli, Sant’Agostino e Petrarca, la Magna Charta e la Pace di Westfalia, i borghesi del Medioevo e la Rivoluzione Industriale, El Greco e Calderòn de la Barca, Copernico, Tycho Brahe e Boyle, Leonardo e Vesalio: l’elenco è sterminato e permette di seguire passo dopo passo, concetto dopo concetto, anno dopo anno il percorso che ha permesso di schiudere la complessità che è la cifra del mondo contemporaneo. E ciò è avvenuto allo stesso modo con cui sono evolute le forme di vita primigenie nel loro percorso verso la formazione dei vertebrati.

Purtroppo, oggi, accanto a una ricerca scientifica sempre più rigorosa e allo stesso tempo aperta, sempre più cosciente dei propri limiti e per questo sempre più profonda, sempre più interconnessa e così complessa, assistiamo a una divulgazione che appare come un ritorno indietro per il suo semplicismo, la sua approssimazione, i suoi anatemi e i suoi proclami. La ricerca seria attraverso la complessità si fa breccia nella divulgazione comune anche se in posizione minoritaria; viceversa, anche nel campo professionale si fa breccia a livello di metodo quello che risulta comune. La quantità di informazioni, le continue innovazioni tecnologiche, la crescita dei mezzi di comunicazione e diffusione hanno portato alla situazione in cui ci troviamo, dove è permesso a tutti esprimere un pensiero senza che chi lo fa difficilmente si è premunito di tracciarne l’origine. Scomponendo le conoscenze e isolandone alcuni semplici aspetti o componenti si riesce a dire di tutto in forme non palesemente errate. Prendiamo il concetto di complessità. Nonostante esso abbia uno statuto epistemologico abbastanza chiaro è diventato qualcosa che viene maneggiato senza cura per dire qualcosa e il suo opposto. È già una fortuna che sembra superato il primo approccio quando si considerava la “complessità” come sinonimo della “complicazione”. Oggi troviamo due antagonisti, spesso anche nel campo dei professionisti.

C’è chi usa il termine per giustificare qualsiasi cosa evitando così di assumersi qualsiasi responsabilità, come ad esempio di fronte all’evidente aggressione russa all’Ucraina si ama dire che la realtà è più complessa, solo per giustificare le responsabilità russe o comunque diminuirle; e questo viene fatto senza ricorrere al metodo della complessità che riconosce in ogni rete diversi livelli, diverse gerarchie, diverse relazioni.

E così dall’altra parte, si usano queste affermazioni per screditare il metodo della complessità, vedendo solo la scusa per non prendere posizione: così esistono solo le ovvie responsabilità russe e, mancando il metodo, ci si limita a queste, incapaci di vedere ad esempio come le responsabilità russe risalgano molto addietro, ben prima dell’invasione del 2022.

Così la complessità tende a uscire di scena, lasciando il posto a due opposti semplicismi che riproducono lo schema che per millenni è stato l’unico lanternone.

 

11) La centralità dell’individuo: l’individualità e l’indistinto.

 

Eccoci, dunque, a quell’uomo moderno che riunisce in sé tutte quelle caratteristiche e che è l’individuo con cui è necessario fare i conti, perché è il nostro compagno, il nostro fratello, il nostro amico e lo sconosciuto che incontriamo in discoteca, in viaggio, a scuola o al lavoro.

L’individuo moderno e contemporaneo 1) ritiene decisivo l’IO, cioè se stesso, anche quando parla di solidarietà, ma soprassiede a questa contraddizione, 2) per questo vive cercando di realizzare i propri sogni, 3) ritiene le emozioni decisive in questo percorso, perché lo identificano immediatamente, 4) ha abbandonato il riferimento alla razionalità ed è disposto per principio a rifiutare il concetto di normalità senza approfondire ciò che questo comporta, 5) per questo sposa a priori la Rivoluzione perché rifiuta ciò che è statico e non vede la complessità del problema, 6) Ritiene il perdono una sua caratteristica perché lo santifica.

 

Non intendo in questa sede criminalizzare l’individuo e il suo nuovo ruolo perché, se da un lato produce comportamenti molto spesso insignificanti e talvolta peggiori, dall’altro si libera di una tutela e lo rende adulto, finalmente obbligato a fare i conti con se stesso e con il proprio libero arbitrio. Quasi sempre non lo fa, sia perché deve in qualche modo proteggersi e giustificarsi sia perché la sua evoluzione personale e identitaria è in forte ritardo rispetto alle acquisizioni espresse dalle varie discipline scientifiche.

 

Una riflessione su ciò che succede oggi non può risolversi con analisi sociologiche di vario genere, economiche, psicologiche, relazionali, morali, ma deve riferirsi a qualcosa di più profondo che, soffermandosi sui fenomeni, cerchi di coglierne soprattutto le differenze, perché, come scriveva Bateson, “si conosce per differenze”.

Il fenomeno di per sé è qualcosa di anodino e che ci illumina poco: l’uccisione di Cesare e quella di Francesco Ferdinando a Sarajevo sono fenomeni simili e ci dicono che qualcuno ha assassinato un capo. Di episodi del genere ne conosciamo tantissimi e, se è interessante ripercorrere i tratti dei personaggi, le loro motivazioni, gli strumenti usati, i luoghi dove sono avvenuti, in realtà così facendo ci limitiamo a una semplice descrizione assolutamente superficiale. Le differenze sono quasi infinite, mentre ciò che li accomuna è talmente generico che ci dice poco. Eppure, questo è stato fatto: la ricerca dell’unità ci ha portato a parlare di oppressori (Cesare e l’Austria) e di oppressi (il popolo romano e quello serbo). Tutto qui: come dire “se piove ci si bagna”. Questa dicotomia sembrava superata con l’impronta marxista del comunismo nel momento del suo crollo e invece, superfenice, essa si è ripresentata nelle forme nuove di tematiche più attuali, dalla classe al sesso. Questa semplificazione è diventata lo slogan di un movimento che dalla originaria ricerca intorno ai diritti di donne e gay ha raggiunto il semplicistico territorio dell’INTERSEZIONALITA’ fonte di casistiche e graduatorie ben poco significative.

Ogni volta che compare nello scenario della cronaca e anche della Storia il fenomeno-individuo le persone colte dell’intelligenza del mondo non sanno fare altro che riportarlo indietro e sotterrarlo in buche profonde che ricordano le fosse comuni. Si tratta di individui privi di distinzione, privati della loro storia, privati delle loro caratteristiche e unificati nel momento in cui risultano intercambiabili, come nel caso della morte o della lotta. È curioso comunque che questo “individuo”, questa persona, cerchi lo stesso di farsi notare, ad esempio quando si dice che un malato lotta contro una malattia. Ben presto ritorna il bisogno di unificare e così l’episodio diventa un invito di massa: bisogna lottare contro la malattia, per i nostri diritti, per i nostri studenti: la lotta ritorna così ad essere il fenomeno di massa che è sempre stato.

La letteratura, il cinema, la canzone, lo sport probabilmente sono gli unici campi che resistono a questa forzata omogeneizzazione da cui sembra difficile staccarsi. Spesso però anche in questi campi si tende ad abbandonare specificità e individualità, alimentando il bisogno di procedere all’identificazione fuori dalla propria identità. La follia, la povertà, lo sfruttamento, la violenza sono categorie di ampio spettro che vengono recuperate per impedire il riconoscimento individuale dell’individualità dell’individuo. Quell’individuo che Rimbaud, quando scrisse che era un altro, voleva qualificare come irriducibile fuori dalla caricatura sociale. E lo stesso fecero Pirandello e molti altri.

 

 

12) La centralità dell’individuo: l’indistinto sociale.

 

Non si deve confondere questa esigenza con le chiacchiere sociali che si sono diffuse nel corso degli ultimi decenni e che si sono caratterizzate per una generica forma di complottismo. Come tutto ciò che è semplice le prime opinioni a diffondersi sono quelle facili, che cercano di fornire spiegazioni attraverso un legame causa-effetto, che proprio per la sua genericità e semplicità risulta fuorviante e dunque fallace. L’abitudine ad affrontare fenomeni in termini generali ha portato dalla metafisica alla sociologia, che ha sempre più preso il posto della prima per la facilità di comprensione necessaria con l’avvento di una cultura di massa. Riferirsi alla società è diventato sempre più il metodo con cui si sono formate opinioni e anche pensieri; allo stesso tempo la diffusione del marxismo ha permesso una semplificazione che è anche nello stesso Marx: la società capitalistica è quella in cui viviamo. La conclusione è stata quella di riferire al capitalismo quei problemi e quelle difficoltà che la società moderna vive. Qualsiasi evento giudicato negativo viene attribuito al capitalismo e dunque abituati alla generalizzazione, al conflitto tra bene e male, e dunque al continuo ricercare le colpe-cause si è diffuso lo slogan “è colpa del capitalismo”. In questo senso una specificità del nuovo secolo (che ha origini meno recenti e certamente colte) consiste nel dare colpa alla società di portare tutti a fare le stesse scelte (cibo, vestiti, film, musica). La colpa è della società capitalista che è materialista e ha come unico interesse il denaro.

Ora questa posizione è assurda come ognuno può vedere nelle quasi infinite proposte fatte dalle diverse aziende in loco o su Internet, ma, nonostante ciò, è stato (e continua ad essere) un luogo comune, difficile da sradicare: esso, infatti, stabilisce un rapporto semplice di causa-effetto, scarica su un complesso fumoso quelle che sono responsabilità individuali, ricorre a conclusioni che in quanto complessive (ma non complesse) danno l’impressione di aver risolto un problema.

L’omogeneizzazione di cui parlo io non è colpa di qualcuno e tanto meno di fantomatiche e astratte entità (come la società o, su un altro piano, il potere); essa risponde alle trasformazioni che si sono verificate nelle relazioni tra gruppi e tra individui ed è il modo concreto con cui si esprime la difficoltà a riconoscere i nuovi sviluppi: il nuovo contesto ha bisogno di nuovi metodi. Il ricorso al generale e all’uniforme (sia esso sociale, morale, spirituale, economico) è il portato di una cultura secolare che ha avuto enormi meriti, ma che, diffusa a livello popolare, non riesce più a fornire una qualche chiave di lettura credibile.

Prendiamo il concetto di “normale” contrapposto a “folle”. Partiamo da Pirandello che fu tra i primi a mettere in discussione l’acquisizione presentata come naturale del binomio normalità-follia. Mentre all’inizio del 1900 era facile per tutti identificare la follia, che era comunque cosa ben diversa dalla stranezza, col passare del tempo si è cominciato a relativizzare quel termine, facendone sempre più un elemento di distinzione e addirittura riconoscendone il valore in termini di creatività. Il termine che nel suo significato originario era legato alle manifestazioni del Divino e dunque approvato solo per una casta riconosciuta, quella sacerdotale, ora diventava qualcosa di importante e anche desiderabile, perché apriva nuovi fronti e arricchiva la persona. C’è stata però e continua ad esserci grande confusione in questo campo, perché se da un lato la follia diventava una nota di merito perché rompeva gli schemi, dall’altro ne veniva recuperato il senso discriminante in casi specifici sia di grande rilievo sia di quotidiane avventure.

Hitler era un folle, ma Stalin no. La compagna di un mio amico era, secondo la sua cerchia, pazza e così avveniva per molti casi di cronaca, soprattutto quelli che contrastavano l’abitudine: la madre che uccide il piccolo, ma non il marito che uccide la moglie; il giovane che spara sui suoi compagni, ma non i terroristi di Hamas. E così via dicendo.

I più avveduti preferivano usare un altro termine, quello di “diversità” che però andava incontro a sempre più frequenti e maggiori inciampature.

Il diverso richiedeva attenzione e accoglienza, anzi inclusione, perché il diverso esprime qualcosa che ci può insegnare. La diversità dell’immigrato nero è però diversa dalla diversità di chi esprime disagio nella coabitazione, essendo la prima positiva e la seconda negativa, bollata di razzismo. Lo stesso vale per Hitler, un diverso che però non è possibile accettare e tanto meno includere.

Insomma, la diversità erede della follia è accettabile solo come concetto generico e astratto, ma nel momento in cui si cerca di declinarlo e si va sempre più in profondità, esso perde i pezzi e di esso non resta altro che un cumulo di macerie.

Questo per dire che come “follia” anche “diversità” è un concetto privo di valore e di senso, cioè privo di significato e direzione. E infatti la confusione regna sovrana. Questo vuol dire che siamo tutti normali? O tutti folli? Direi di no e tornerei a Pirandello e alla grande letteratura moderna: siamo uno nessuno e centomila.

(Prima di proseguire due piccole divagazioni.

Una riguarda il riferimento religioso alla follia. Il termine mania sinonimo di follia indica l’agitazione dell’animo e della mente (stessa etimologia); mantia era l’arte della divinazione esercitata dal profeta invasato e ispirato dagli Dei e c’erano anche le Menadi (più note come Baccanti), donne in preda alla frenesia estatica e invasate da Dioniso, il dio della forza vitale. Il manicomio è stato sempre il luogo dove ospitare i matti, termine anche questo ricondotto alla radice di mania.

 

L’altro aspetto è quello giuridico. Sempre più si fa ricorso all’incapacità di intendere e volere come limite alla responsabilità personale che è l’elemento centrale del diritto almeno quello occidentale. Anche in questo caso la dottrina non è omogenea e si deve rinviare al parere degli esperti medici e del giudice).

 

Si è assistito a un processo di trasformazione linguistica e concettuale per rincorrere le trasformazioni che sono avvenute e continuano ad avvenire nella realtà reale.

[Un esempio clamoroso riguarda i paesi in ritardo, che all’inizio, quando dominava il marxismo, furono chiamati del “Terzo mondo”, per sottolinearne la miseria. Questo termine durò decenni, per poi essere abbandonato e sostituito da “paesi del sud del mondo”, meno espressivo ma egualmente sulla stessa onda. Con l’avvento della globalizzazione si cominciò a parlare di “Paesi in via di sviluppo”, termine che lasciava qualche speranza; da quel momento ci si è perduti perché molti paesi del vecchio Terzo Mondo si sono sviluppati e per dire che era un fenomeno limitato si scrisse: le Tigri asiatiche. La realtà in effetti non stava dietro a questi mutamenti linguistici e così ci siamo perduti, tanto che addirittura si è dato vita a un gruppo di Paesi che rivaleggiano con i grandi: i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa.

La realtà ha fatto a pezzi l’ideologia e, nonostante ciò, si continua a non riconoscere le grandi trasformazioni avvenute in ogni parte del mondo: solo i regimi a ispirazione socialista come Venezuela, Corea del Nord e Zimbabwe hanno dimostrato grandi e gravi problemi.]

 

13) La centralità dell’individuo: assoluto e relativo, astratto e concreto.

 

Comunque questo era solo un esempio della difficoltà a fornire un’identità, stabile e sicura, a realtà in continuo movimento. Dall’identità dei paesi torniamo all’identità delle persone che si continua a voler racchiudere nell’unità cara ai filosofi, via che la storia e la realtà hanno reso impraticabile, da quando “Dio è morto” ovunque.

Diversità è concetto parziale, come abbiamo visto.

Anche normalità e follia rimangono nel terreno del relativo.

Capitalismo, nonostante si cerchi di dipingerlo in modo astratto come il Male, è parola che mostra i suoi enormi limiti: il capitalismo e la società capitalistica dal 1200 hanno assunto talmente tante forme che risulta difficile racchiuderle in un unico concetto.

Sfruttamento è termine forse ancora più generico che al primo strato già evapora.

Inclusione risulta, come diversità, essere termine che trova ostacoli insormontabili perché non si capisce come ci si possa muovere concretamente ai diversi livelli della etnia, della lingua, dell’origine, dell’handicap e di tutto ciò per cui questo termine è utilizzato: non è certo un valore assoluto.

Solidarietà, come ho scritto in xxxxx, è termine stravolto a livello etimologico e rischia di scontrarsi con due parole che non vengono rifiutate, seppur messe ai margini: merito e responsabilità.

 

Una identità è “ciò che forma una cosa con un’altra, che è compreso sotto una stessa idea” (etimo.it): gli elementi qui sopra richiamati operano in direzione opposta, tante sono le accezioni a cui essi rimandano. Ciò che quei concetti esprimono oggi sono lontanissimi dal permettere una identificazione, stabilire un’identità, caratterizzare un’individualità.

Si cade così in un relativismo culturale talmente confuso ed opportunistico che disorienta per poi disgregare la persona, perché pretende di ricomporre il tutto in termini unitari e assoluti.

Quei concetti si presentano come assoluti, e come tali vogliono imporsi, ma non essendolo possono ottenere attenzione solo travestendosi in imperativi morali, allontanando ancora di più gli individui da loro stessi e dal loro necessario fare i conti con se stessi.

Si può andare alla ricerca dell’essere, dell’ente metafisico a cui ricondurre in modo perfetto le variabili, le contraddizioni, i particolari che incontriamo nel variopinto e complesso mondo della realtà. Si può credere che Dio non sia morto e continuare a valorizzare la bimillenaria tradizione filosofica occidentale, inserirsi in quella ricerca che si fa inesausta, convinti che o un nuovo campo o un nuovo concetto possano aiutare e, magari non oggi, potremo riuscire un domani a dare finalmente quelle risposte tanto attese. Si può fare e non c’è nulla di sbagliato o di illegittimo. Non è la mia strada né quella di cui abbiamo bisogno oggi.

Ciò che non si può fare è invece immergersi nel relativo fingendo di non sapere di essere tale e pavoneggiandosi come assoluto: è una truffa e, come tutte le truffe, nasconde ostacoli insormontabili che sbarrano la strada nonostante l’impegno profuso.

Non è un caso che la ricerca di un assoluto logico abbia dovuto trasformarsi nell’abbandono di ogni ricerca per diffondere un’affermazione esclusivamente morale. L’anacronismo di cui gran parte del pensiero contemporaneo fa sfoggio non è casuale, bensì il frutto dell’imperativo morale che, come si sa, rifiuta la Storia, il suo percorso e le sue vicissitudini. Il rifiuto della storia non è un errore minore perché non si limita ad annullare il passato, ma priva la nostra collocazione nel futuro, i cui contorni risultano talmente sbiaditi da scomparire. È impossibile un dialogo con chi fa dell’anacronismo e del moralismo il proprio metodo, perché usa strumentalmente gli eventi per adattarli alla propria visione morale. Tutti i movimenti che hanno cercato di imporre una metodologia di tipo morale sono falliti, come è successo per l’Illuminismo dogmatico e il comunismo.

Si può credere che un evento, un episodio, un gruppo, una persona mostrino in modo epifanico questa o quella tendenza: i casi nella nostra cultura sono molti ed emblematici.

Questa o quella rivolta sono state viste come prodromi della rivoluzione comunista; il ridimensionamento iniziale di ogni politica liberista è stato esaltato come la fine del capitalismo ormai vicina, ma poi si è visto come il capitalismo ne uscisse rafforzato; ci fu chi alla fine del secolo scorso, con il crollo del comunismo, individuò la nuova forma di alternativa e opposizione nella “tribù”, oggi completamente uscita di scena; sempre in quel periodo e in quell’ambito si dichiarò a gran voce l’avvento del postmoderno che, come scrisse Paz, era invece una modesta pezza logica e cronologica. Potrei continuare. Per più di un secolo ci si è limitati a preconizzare la fine del capitalismo come aveva previsto Marx e ogni evento era buono per questa affermazione. Dall’altra parte il capitalismo in sempre nuove forme procedeva imperterrito: stop and go.

Dal bipolarismo del secolo scorso si sono formati oggi milioni di rivoli che vanno per lo più ognuno secondo un proprio movimento e una propria direzione, riuscendo a malapena a dialogare e ancora meno incontrarsi. Le parole di cui sopra vorrebbero rappresentare i tasselli fondamentali per la formazione della nuova bandiera, ma, oltre al fatto che non trovano tutti d’accordo, vengono spesso declinati in tante maniere diverse da rendere impossibile una corrente unica.

Il BLM ha avuto la sua fase di gloria, ma in realtà ha prodotto il fallimento del “defund police” e la nascita di tanti altri Lives Matter fino all’essenziale All Lives Matter.

Il movimento woke ha diffuso il richiamo oltre la comunità afro-americana volendo includere etnie, generi e sessi, abilità all’apparenza semplice ma ben presto naufragato in un difficile sistema di calcolo: vale più un gay bianco e disabile o una donna afro normodotata? Viste le possibili gradazioni degli incroci il fenomeno lascia posto a una convinzione tanto generica quanto ben poco coinvolgente.

Fino a non molto tempo fa poche erano le voci che si ergevano coraggiosamente contro la deriva woke e i processi fatti nelle piazze, forzando il diritto alla libera espressione. Poi tutto sembra che abbia cominciato a sgonfiarsi e si è cominciato a far marcia indietro suscitando imprecazioni moralistiche che però lasciano il tempo che trovano.

Non sono solo le donne a subire violenze da parte dei loro compagni; si è cominciato a parlare di nuovo di energia nucleare e si sono scoperte molte bugie “verdi” tornando al sano principio del rapporto costi-benefici; si è cominciato a interrogarci sulle transizioni di genere che avevano raggiunto età molto basse; si sono messi in discussione una serie di azioni che facevano riferimento alle quote perché creatrici di forti diseguaglianze; ci si è resi conto che un’immigrazione senza controlli dà vita a situazioni sempre più difficili da gestire; la politica di autopunizione (autodafé) e rieducazione per combattere il razzismo bianco inconscio, adottata da alcune aziende, è fallita miseramente. Insomma, sempre più ci si rende conto di quello che avremmo dovuto imparare dalla storia: le rotture sono disgregatrici e non favoriscono né sviluppo né uguaglianza. Come dimostra la scienza della natura, le opportunità-possibilità dipendono, in modo costrittivo, dai vincoli del sistema. Il bello di tutto ciò è che non si sta assistendo alla rivincita di una parte politica (la destra) rispetto alla visione progressista fin qui dominante, ma si riconosce il valore della continuità, cioè del buon senso.

 

14) La centralità dell’individuo: la crisi dell’individuo sociale.

 

Torniamo a noi. Tutto questo ultimo argomentare piò sembrare fuori tema rispetto a ciò che cerco di sviluppare, la centralità dell’individuo.

Credo invece che abbia un interesse solidale perché mostra come, di fronte al crollo delle ideologie, si è evitato di riconoscere il valore centrale dell’individuo in una società di massa. Si è infatti fatto ricorso al tradizionale scontro di classe, cioè di grandi gruppi, in cui il marxismo ha ridotto le dinamiche sociali: nonostante la forzatura ci si è convinti della Bibbia marxista e in fondo la piccola borghesia e i contadini dovevano stare con la borghesia o con il proletariato. Ho parlato di forzatura non solo perché Stalin considerava nemici del proletariato i kulaki, contadini tutt’altro che ricchi, ma perché nella maggior parte dei Paesi il proletariato, o meglio la classe operaia, che doveva dirigere il processo rivoluzionario era quasi inesistente. Là dove si è fatta o tentata una rivoluzione di ispirazione marxista: in Russia, in Cina, in Vietnam, in America Latina, in alcuni paesi africani. Il deficit culturale era evidente e i richiami al filosofo di Treviri erano solo uno specchietto per le allodole di un gruppo minoritario che voleva imporsi con la forza.

Oggi che il richiamo a classe operaia e borghesia troverebbe riscontro nei numeri, si parla di gruppi, comunità che vengono identificate per un colore, un marchio, un logo: elementi legati all’etnia, alla lingua, al colore della pelle, al genere, alle scelte sessuali, alle condizioni fisiche. Intanto va detto che anche all’interno di questi gruppi si ripete la pratica di origine marxista per cui una minoranza si dichiara portavoce degli interessi del gruppo; così pensiamo che i gay, tutti i gay, abbiano gli interessi che il movimento LGBTQ+ dichiara; lo stesso vale per gli afroamericani e tutti gli altri gruppi che si considerano oppressi. Così coloro che dichiarano di non identificarsi in quei movimenti vengono accusati di essere traditori e additati al pubblico ludibrio. Ormai il panorama è variegato e sono sempre di più i gay che vogliono vivere una vita tranquilla con il proprio compagno e gli afroamericani che non sanno che farsene delle quote all’università e nelle aziende.

Si è passati dal riconoscimento dei diritti individuali inviolabili a politiche comunitarie marginali e frantumate che ripropongono logiche superate dall’affermazione della democrazia liberale e dello Stato di Diritto. Siamo tornati indietro, alla piramide feudale, alle caste indiane, allo scontro tra comunità etniche o religiose, perché il comunitarismo è l’antitesi del liberalismo, dove il primo si muove su rapporti di forza, mentre il secondo riconosce i suoi fondamenti nel ruolo della Legge.

Ciò che vediamo a questo livello è ormai diventata una caratteristica comune a tutti gli aspetti della società e questo avviene per l’incapacità di riconoscere il nuovo, e decisivo, ruolo dell’individuo. Parafrasando Pirandello i lanternoni si sono spenti e rimangono, sparsi ovunque, i quasi infiniti lanternini che ognuno di noi tiene accesi.

Occorrerebbe partire da questa situazione e studiarla, immaginare, sperimentare, creare.

Purtroppo, e non è una colpa, si cerca di affrontare la nuova realtà con gli strumenti che abbiamo acquisito, che ci hanno formato e con-formato. Che ci troviamo in una situazione nuova risulta chiaro (quasi) a tutti. I metodi che si usano sono però quelli ormai consueti del riferimento a gruppi e comunità: se non si può arrivare a una omogeneizzazione completa, a una unità, a un generale che assolva e liberi dal molteplice, dal particolare, dalle quasi infinite tessere della realtà, allora ci si sposta dalla parte opposta, quella del particolare. Per paura di cadere in un processo di totale disintegrazione e atomizzazione della realtà, si preferisce attivare raggruppamenti selettivi che riconducono in qualche modo ad unità, ma un’unità più piccola, ridotta e modesta.

 

Cercherò di essere più chiaro, facendo un paragone, sperando che non complichi le cose.

1)Fino a pochi decenni fa il sapere scientifico aveva un terreno comune: la ricerca deve portare alla formulazione di leggi universali, attraverso un metodo che per mezzo millennio aveva prodotto importanti risultati.

2) Nel corso dell’ultimo secolo ci si è convinti in modo sempre più chiaro che non esiste un sapere scientifico onnisciente e questa acquisizione vale per le scienze sia fisiche sia umane.

3) Che fare? a) inficiare questa acquisizione e tornare alle sicurezze di leggi universali (le variabili nascoste); b) tutto dipende dal Caso e dunque la mancanza di certezze si tramuta in affermazione delle incertezze.

4) L’alternativa secca (certezze o incertezze) trova una proposta alternativa nella scienza della complessità: strategia e tattica, orizzonti, possibilità e vincoli. Non esistono leggi deterministiche, ma si può costruire un percorso verso un orizzonte che ci permetta di affrontare le incertezze che incontriamo.

 

Lo stesso metodo lo ritroviamo nel campo oggetto di queste riflessioni.

  • Fino a pochi decenni fa la vita degli individui faceva riferimento a Valori universali che ne determinavano comportamenti e giudizi: esisteva una normalità.
  • Nel corso dell’ultimo secolo ci si è convinti in modo sempre più chiaro che non esistono Valori universali, che questi sono morti, che i lanternoni si sono spenti, che non esiste una normalità codificata.
  • Che fare? a) cercare di rinnovare quei Valori, gli stessi o altri, ma assoluti; b) La nuova acquisizione porta a esaltare il particolare (filosofia debole, pragmatismo, relativismo), ma questo particolare non significa individuo, bensì comunità, gruppo, settore, ideologia.
  • L’alternativa secca (particolare o generale, relativo o assoluto) trova una proposta diversa nella valorizzazione dell’individuo, che non nega la storia né le relazioni con gli altri, relativizzandole, ma impone un confronto a partire dalla costruzione del proprio orizzonte riconoscendo il carattere di rete delle relazioni, carattere temporale, logico, spaziale.

 

La scelta del relativismo è diventata vincente perché si ha difficoltà ad abbandonare il metodo a cui da secoli siamo abituati, pur rendendoci conto che il quadro di riferimento in cui ci troviamo a vivere è cambiato in modo decisivo.

L’abbandono di una visione semplice e deterministica spinge verso un relativismo che tende a farsi assoluto, cosa che è una contraddizione in termini; infatti, quando questo,  la riflessione incontra barriere che non riesce a superare. Più correttamente si procede nel rispetto di un relativismo non assoluto e, per fare questo, si ricorre a frammenti di relazioni. Si comincia con gruppi e comunità già presenti: la squadra del cuore, lo sport preferito, la religione (soprattutto l’islamismo: in parte l’induismo, e in minore misura anche il buddismo, per non parlare delle sette), il genere (maschi-femmine), la sessualità (omo-etero, cis-trans), l’etnia (soprattutto afro, BLM). Proseguendo si raggiunge il massimo delle generalità, soprattutto nel movimento intersezionale, che riconduce allo scontro tra oppressi e oppressori, con la necessità però di nuove frammentazioni (classi, generi, etnie ecc.) che hanno grosse difficoltà a coabitare.

 

 

15) La centralità dell’individuo: al centro della rete.

 

Al di là della ricerca di Valori universali e al di là del relativismo c’è il riconoscimento della centralità dell’individuo.

Cosa vuol dire centralità dell’individuo?

È possibile avventurarci in questa terra incognita perché ormai da alcuni secoli viviamo dentro una realtà di Stato di diritto, che oltre a essere laico, a stabilire il principio elettivo e la separazione dei poteri riconosce come fondamentali i diritti dell’individuo, facendo di questa figura la realtà fondamentale di uno Stato democratico. Gli ultimi paesi importanti ad accedere a questa realtà sono stati la Spagna, il Portogallo e alcuni paesi dell’Europa orientale, ma la realtà è andata allargandosi un po’ dappertutto e soprattutto, anche se a parole, la quasi totalità dei paesi riconosce il valore della liberaldemocrazia.

Allora perché, se si sono riconosciuti gli individui come anima di società e stato moderni, questo non è ritenuto sufficiente?

La risposta consiste da un lato nelle contaminazioni teoriche che, seppur fallimentari, hanno impregnato l’aria dell’universo in cui viviamo: mi riferisco al tema dell’eguaglianza e della giustizia sociale che pretendono di collocarsi al di sopra dell’individuo, favoriti da un comune sentire di cattolicesimo e comunismo. Inoltre, e in parte legato a quanto appena detto, la propaganda anticapitalistica è andata travalicando il campo economico per investire le relazioni di una comunità. Per molti parlare di centralità dell’individuo diventa dunque sinonimo di individualismo ed egoismo.

Per chiarire come invece l’egoismo è qualcosa di sano e utile alla comunità ecco un breve passo del filosofo spagnolo Fernando Savater: “A partire dall’Illuminismo si è potuto identificare l’amor proprio come base autentica dei valori umani più degni. Si può perfino parlare dell’attitudine morale come di un egoismo sano, con tutta la provocazione che questo termine comporta nei confronti del senso comune non già della morale, ma del moralismo…In questo modo di solito si confonde “l’egoismo”, l’interesse per la propria pienezza esistenziale, che è indice di equilibrio mentale, con “l’egotismo”, l’allucinante convinzione che nulla è reale salvo il nostro io…” (Dizionario filosofico, Etica, pag.97-Laterza).                                   “.

 

Come vivere la centralità dell’individuo nel contesto sempre migliorabile di una realtà regolata da uno Stato di diritto?

Occorre innanzi tutto abbandonare la prospettiva lineare in cui siamo cresciuti e che continuiamo a riproporre come se fosse espressione del nostro DNA: essa va sostituita con una prospettiva reticolare.

Sempre più si parla di Rete, ma questa è vista principalmente come una diversa struttura organizzativa, senza comprendere che la Rete è qualcosa di più e che vive in maniera diversa da una comune organizzazione. È come, a livello elementare, la relazione tra tre corpi: è una relazione reticolare semplice, ma per i più viene vista come tre relazioni lineari tra due corpi; invece è qualcosa di diverso, per cui è stata coniata l’espressione “Il tutto è maggiore della somma delle singole parti”.

La rete non è un campo di calcio con le linee che lo delimitano, per cui basta collocarsi al di fuori per poterne descrivere tutte le zolle, tutti i corrugamenti e tutti i soggetti che vi si muovono dentro. Finora si è concepita la realtà come qualcosa di oggettivo che lo scienziato può studiare perché la coglie nella sua completezza: in questo caso la conoscenza è limitata solo dalla nostra ignoranza.

La realtà come rete è invece qualcosa di diverso, perché non è possibile collocarsi al di fuori per studiarne forme, consistenze e movimenti: noi siamo uno dei punti della rete, siamo un nodo, siamo un hub. Non ci sono linee che delimitano la rete e non possiamo coglierla, cioè com-prenderla, nella sua globalità. In una rete da ogni nodo si dipartono dei link, dei collegamenti che sono percorsi da flussi pluridirezionali e coinvolgono molti aspetti: il tempo, lo spazio, la cultura, le relazioni di ogni tipo.

La conoscenza parte dal punto di osservazione e studio rappresentato dal nostro hub che è allo stesso tempo attivo e passivo, invia impulsi e ne riceve, modificando e modificandosi. Quindi il campo visivo è limitato, ma ciò non di meno fornisce verità, che non possono essere assolute, ma non cessano di essere verità; e queste operano modificando le relazioni e modificando noi stessi. Noi stessi siamo una rete, attraverso il cervello e i suoi collegamenti col corpo e con ciò che è fuori di noi: siamo una rete di rete. Non possiamo seguire i collegamenti che si dipartono da noi se non per un certo tratto, una parte della rete globale, e possiamo, proprio grazie a questa conoscenza, individuare un orizzonte che è limitante e circoscrive il nostro campo di osservazione-azione. Parte della rete non è a noi collegata ed è per questo che possiamo riconoscere l’orizzonte che, come ogni orizzonte, può modificarsi se noi tagliamo alcuni collegamenti e ci spostiamo verso altre parti della rete.

Sapere di essere parte della rete, e anzi un vero e proprio hub, ci pone di fronte a una responsabilità importante, quella di fare i conti con noi stessi, attraverso la ricostruzione dei percorsi di quelle parti di rete di cui siamo il centro.

L’individuo diventa centrale proprio in quanto nodo e hub della rete globale, in continua affermazione delle proprie certezze, dei propri limiti, della qualità delle proprie relazioni. La rete è fluida e in continua fibrillazione e alla sua formazione o al suo deperimento decisivo risulta il nostro contributo: più ampio è lo spazio da noi individuato e più significativa è la nostra presenza.

Quando parlo di nodi e hub della rete non mi riferisco solo a persone, cioè i conoscenti che abbiamo, ma a tutti quegli elementi che ci caratterizzano. Esistono ad esempio degli hub culturali e spirituali; egualmente esistono altri hub che abbiamo creato nel rapporto tra emozioni, sentimenti e pensiero; i flussi che percorrono gli hub possono essere più o meno intensi, vanno nelle due direzioni, sono cioè ricorsivi, e riguardano anche lo spazio temporale, perché sappiamo dalle neuroscienze che la memoria non è un cassetto in cui archiviamo i nostri ricordi come delle fotografie, pronti a presentarli anni dopo al bisogno nella forma originaria; la memoria interviene attivamente su quei ricordi talvolta salvaguardandoli nell’insieme, ma più spesso modificandoli poco o tanto, sempre al bisogno.

Naturalmente la rete gode del principio per cui le possibilità dipendono dai vincoli del sistema e dunque la centralità dell’individuo si pone all’interno di limiti che sono parte dell’individuo stesso e della sua centralità.

Lo Stato è uno di quei vincoli; il periodo storico e l’epoca in cui viviamo è un altro vincolo; la famiglia e il luogo che ci hanno accolti è un ulteriore vincolo: tutti questi fattori contribuiscono a creare un quadro di riferimento che non è bloccato e che non è sempre facile identificare in tutte le sue diramazioni.

 

In quel teatro pensa e opera l’individuo, ma deve sapere due cose:

1) che non esiste un manuale di istruzioni tipo Ikea;

2)che i propri pensieri e le proprie riflessioni non agiscono in modo deterministico; essi, appena pensati o agiti, entrano nel campo delle possibilità, potendo innescare mutamenti non previsti, reazioni inaspettate, trasformazioni sia delle singole relazioni sia del sistema stesso.

A questo proposito uno dei padri della psicologia moderna, W. M. Wundt, aveva esposto la teoria dell’eterogenesi dei fini, che illustrava come frequentemente i risultati delle nostre azioni fossero completamente diversi da ciò che ci eravamo prefissi.

Se si tratta di possibilità (come diceva Ricoeur: anche il passato aveva un futuro) dobbiamo muoverci in termini di orizzonti e assumerci la responsabilità di quello che fu il nostro pensiero e la nostra azione. Assumersi la responsabilità non risponde a un precetto morale, ma è una necessità, perché è il suo essere costante oggetto dell’attività del nostro pensiero che permette la costruzione della nostra persona. Il primo e più semplice passaggio è quello di non nascondere la polvere sotto il tappeto e dare continuità al nostro fare i conti con la nostra persona e la nostra storia, sapendo che, in mancanza di verità assolute, esiste una verità esterna e una verità interiore, a cui non dobbiamo mai rinunciare: è questa, infatti, la fiamma ardente e irriducibile che garantisce la nostra esistenza nel procedere verso l’orizzonte. Questa verità interiore non è la classica giustificazione con la quale crediamo di poter procedere più serenamente, giustificazione che non deve esistere nel nostro mondo interiore. Ogni volta che si opera una cesura, istintiva o dopo un certo scavo, si crea un nuovo ostacolo alla costruzione del nostro percorso, che solo nei casi più modesti può non incidere e non avere effetti deleteri.

Certe discussioni filosofiche come quella sul libero arbitrio o sulla componente genetica dei nostri comportamenti sono state superate dalle nuove frontiere epistemologiche che, avvalendosi dei più recenti contributi scientifici, hanno posto quelle problematiche su basi solide, facendo i conti con la complessità di tutto ciò che ha a che fare con la vita. Nonostante in molti continuino a sostenere che solo un impegno sociale può risolvere i problemi che ci affliggono, sempre più sono le persone che hanno deciso di anteporre la propria persona. Non manca il contributo all’ANT o alle varie associazioni di ricerca e sostegno, non manca qualche ora da dare al volontariato, non manca l’iscrizione a gruppi di vario genere, pur con finalità sociali; non manca infine una propaganda assillante, anche tramite la pubblicità, per far credere che gli altri, la comunità, la società meritano di stare al primo posto nella nostra esistenza. Nulla di tutta questa propensione al sociale, solidarietà o volontariato che sia, riesce a nascondere quella che è la maggiore evidenza ai nostri giorni: la centralità dell’IO. Basterebbe guardarsi intorno tra le persone a noi più vicine e ci accorgeremmo che lo spirito individuale emerge in forme e misure crescenti. Si tratti di ricchezza, benessere, lavoro, affetti, hobby non c’è dubbio che il primo posto è sempre più occupato dall’IO.

 

Il sogno del cantante, dell’attore, del poeta o romanziere in erba, dell’artista in genere, come pure dello sportivo, è quello di affermarsi, di essere riconosciuto pubblicamente e socialmente: vanno in questa direzione i numerosi contest-concorsi ai quali si presentano migliaia di persone nella speranza di “vincere i milioni”, ma soprattutto di avere quel riconoscimento che ne garantirà una bella carriera. Le gare ci sono sempre state, ma la partecipazione serviva esclusivamente a “vincere i milioni”. Accanto a queste figure c’è la realtà degli influencer che non sono dotati di particolari competenze, ma che riescono a proporre temi-argomenti semplici che però garantiscono un gran numero di seguaci-followers.

Non si tratta solo del mondo, sempre più numeroso, di persone che hanno un riconoscimento pubblico effettivo, ma è importante includere anche tutti quelli che partecipano ai diversi forum nei quali intervengono regolarmente per fare la loro pisciatina: sono contenti anche se si limitano a delle offese, ma gongolano se riescono a inserire delle opinioni di qualche pretesa, non frutto di studio e crescita personale, ma di accesso a risorse esterne.

Certo che c’è differenza tra il vincitore di XFactor e il leone da tastiera, ma in entrambi i casi è mutato il panorama che si fa sempre più aderente alla nuova realtà sociale di massa.  Milioni di persone in tutto il mondo hanno oggi la possibilità di mettere una bandierina in questo o quel territorio, geografico o tematico, diventando come individuo un protagonista.

 

 

16) La centralità dell’individuo: l’amore.

 

Tutto questo coinvolge le persone in ambiti di confronto collettivo, da cui risulta difficile astenersi anche con le migliori intenzioni; ma c’è un campo che presenta le stesse dinamiche e che riguarda il numero minimo di natura collettiva, cioè il due. Questo campo riguarda, al di là di convinzioni e definizioni, l’amore e merita una particolare attenzione.

Le strutture umane nelle quali viviamo sono caratterizzate da relazioni tra individui, quella che viene chiamata in genere “società”. Fino a poco tempo fa l’approccio è sempre stato comunitario e degli individui si parlava solo in casi particolari. Come in tutte le scienze, fisiche o umane, l’approccio comunitario definiva la realtà in termini approssimativi, lasciando ai margini ciò che si presentava come eccezione. Rinviando alla lettura del mio lavoro sulla complessità per quanto riguarda i riferimenti alle scienze della natura, qui mi voglio concentrare sui riferimenti sociali a cui ci siamo aggrappati per secoli. Anche in questo campo l’analisi era approssimativa e le leggi che di volta in volta si scoprivano parlavano in termini “generali”, tralasciando parti significative. Come per Galileo e Newton anche per storici e politici l’analisi di una società doveva lasciare ai margini qualche parte, mostrandosi riduttiva per necessità: come certe operazioni venivano concluse ai decimali così si è agito nell’analisi sociale. Naturalmente gli Stati liberaldemocratici hanno sempre cercato di garantire il riconoscimento a quelle componenti laterali, come ogni buona Costituzione dichiara. Certo regimi dittatoriali non lo hanno fatto e discriminano minoranze etniche (Cina e Russia), religiose (paesi islamici), sessuali (sempre in primis i paesi islamici).

Ho scritto “per necessità”, perché una struttura comunitaria è sempre una realtà complessa, ricca di nodi e legami, di cui i singoli individui sono protagonisti; non è possibile conciliare e realizzare tutti gli interessi e tutte le volontà, per cui si individua una medietà a cui fare riferimento.

Oggi, almeno nei paesi liberaldemocratici, si cerca di includere in questa medietà il maggior numero possibile di realtà: buone intenzioni, ma non sempre con buoni risultati.

All’interno di una comunità o società o insieme di relazioni esistono delle sottocomunità, talvolta separate, ma talvolta intrecciate: in Italia ci sono comunità etniche, comunità religiose, comunità gay, comunità per hobby (tifosi ad esempio), comunità professionali, comunità sindacali, separate e intrecciate allo stesso tempo.

Esiste però una relazione che appare “naturale” e che lega il minor numero possibile di individui: l’amore. Ho detto che appare naturale in qualche modo perché rinvia alla riproduzione sia della specie sia della comunità, ma che sempre più si è caratterizzata per i suoi colori culturali.

La storia dell’amore è molto interessante e ne ho parlato in un saggio specifico che affronta aspetti di vario genere, dal lontano passato all’attualità.

Ciò che mi interessa qui sviluppare è come l’amore svolga un ruolo decisivo in quella che ho chiamato “centralità dell’individuo”.

Per molti la parola “amore” è sempre la stessa e non si fa distinzione tra gli amori di Saffo e Catullo e gli amori dei nostri amici.

Per altri la parola ha assunto un significato più specifico con l’avvento del Romanticismo e il ruolo riconosciuto al Sentimento. Non ci si accorge che negli ultimi tempi si sono diffuse e sovrapposte tantissime idee che sottendono all’uso della parola “amore”, tanto che dalle certezze del mondo classico, quelle del Cristianesimo, quelle della modernità (razionale e sentimentale) si è passati a una confusione da cui si fa fatica a districarci; una confusione che qualcuno, per elevarne lo status, preferisce chiamare complessità. Purtroppo, è una caratteristica della società sempre più di massa quella di ingarbugliare fatti e idee, procedendo a continui e successivi accatastamenti che da un lato riconoscono delle varianti, ma dall’altro perdono del tutto origini e radici. Lo vediamo quando si parla di fenomeni storici, di aspetti naturali, di psicologia e sociologia: lo si fa, come sempre, con l’impeto del neofita che pensa di fare la rivoluzione collocandosi a 180° di distanza dalla posizione precedente.

Dalla ragione al sentimento, dall’idealismo al materialismo, dal religioso al laico, dall’individuale al sociale, dall’ordine al caos; così, più le distinzioni vengono evidenziate e più le caselle vengono moltiplicate.

L’uomo onnivoro ha favorito la crescita del vegetariano, poi del vegano, poi dell’insettivoro e ancora del fruttivoro e infine di chi esalta il nutrimento degli scarti.

Il materialismo antico ha sviluppato il positivismo, poi il marxismo fino ad arrivare al neopositivismo e al pragmatismo.

A livello metodologico la reductio ad unum, processo di interpretazione che riconduce fenomeni diversi a un unico principio esplicativo, ha dominato in tutti i campi, filosofici, scientifici, estetici. Quel principio oggi in disuso è stato sostituito, più o meno degnamente, dal suo opposto, il rifiuto di vedere relazioni e l’accettazione di tutte le più piccole e modeste particelle della vita: il tutto garantito a livello popolare dallo slogan “uno vale uno” che abbatte in un colpo solo professionalità, merito, riconoscimento, ergendo la confusione e la banalità a massimo livello interpretativo (non vale tirare in ballo l’ermeneutica).

Non si tratta qui di proporre una nuova, ennesima, definizione di amore, anche perché de-finire vuol dire porre dei limiti, creando un’immagine statuaria, bloccata nella e dalla definizione stessa. Questo non vuol dire che alla parola amore si possa attribuire qualsiasi colore e qualsiasi forma ci piaccia. Escludiamo tutte quelle relazioni laterali di tipo familiare, amicale, zoofilo, vegetale, come pure le dichiarazioni d’amore rivolte a cantanti, attori e sportivi: l’amore che qui interessa sviluppare è quello che coinvolge direttamente e profondamente due persone, un tempo in prospettiva del matrimonio e di tipo eterosessuale, oggi con ampie zone di convivenza e di omosessualità.

Per un approfondimento: Emilio Sisi: LASCIA CHE IL TARLO SCAVI, LASCIA LA PIAGA GEMERE:    amore e complessità (Etabeta 2021).

 

17) La centralità dell’individuo: il perché del vittimismo.

 

Il bisogno di creare categorie e valori universali appartiene alla storia dell’uomo ed è stata la risposta più semplice a inquietudini, paure, aspirazioni. Il motore immobile aristotelico e il Dio cristiano sono quanto di più ricco sia stato prodotto all’interno di una visione universalistica, mentre il Dio islamico è ancora più semplice concentrandosi sulla “sottomissione” (significato della parola Islam). Una versione ancora più elaborata, ma non necessariamente più vera, di questa esigenza di ricercare valori universali è data dalla metafisica che ha animato l’Occidente per più di due millenni. Dal “Dio è morto” di Nietzsche alla “Scienza della complessità” tutto questo mondo è ormai in crisi, non necessariamente vicino al crollo, ma sicuramente con sempre più numerose crepe.

Ciò che qui mi preme evidenziare è il fatto più anodino di questo bisogno di creare categorie e valori universali, cioè che esso ha ormai coinvolto la totalità della popolazione mondiale in un rapporto inverso rispetto a quanto accaduto fino a pochi decenni fa.

Non sono più la cultura e il potere a dettare le regole teoriche e pratiche che uniformano le persone comuni, ma sono queste che, in una quasi infinita serie di relazioni, condizionano in modo estremamente con-fuso quanto si presenta come valore o semplici indicazioni e riferimenti.

Questo avviene nella società di massa pervasa dal vento della cultura di massa. La cosa si fa interessante se passiamo a studiare ciò che avviene lontano dai luoghi del potere e della cultura, nelle case delle persone, nei circolini variamente etichettati, negli incontri tra gruppi di amici e anche nelle relazioni sentimentali di vario genere.

Un tempo ci si trovava al bar, alla casa del popolo, nella parrocchia e con parole semplici, molto semplici, si gridava il proprio credo, trovando conforto negli altri frequentatori e annichilendo gli eventuali frequentatori di altra fede. Il Comunismo, il Fascismo, la Religione venivano riproposti con gli slogan e i messaggi che una popolazione poco educata era in grado di sostenere. Nel chiuso delle case la discussione verteva intorno all’accettazione di valori universali riconosciuti: la famiglia e tutti i suoi riti, i figli e il loro futuro, e poco altro.

Più semplice di così non si può.

Vediamo lo scenario attuale.

Non parlo dei dibattiti pubblici più o meno allargati né di conferenze o lezioni, ma di ciò che coinvolge in misura crescente e ormai complessiva le singole persone. Oggi in famiglia si discute, si organizzano cene e incontri tra amici in cui si racconta e si parla, di tutto, di più, della vita sociale come della vita privata; ci si scopre, si racconta, si interpreta, si seduce, ognuno esalta la propria opinione, si concorda e si litiga, si annuisce e si scuote la testa.

Difficilmente si tace.

L’incontro ha sempre più il carattere della contesa, che può risolversi subito o riprendere in tappe successive. Questi incontri non sono, come era una volta, confinati a persone della stessa fede, ma sono diventati liberi e riuniscono persone che non solo non hanno lo stesso fondo di riferimento, ma che si fanno esperti portavoce dei più piccoli eventi, dei più modesti personaggi e delle più semplici frasi pronunciate in giro.

Di tutto e di più. Incontri tra amici, conoscenti, collaboratori, fidanzati, amanti, consorti. Il bar dello sport, la casa del popolo, la parrocchia, il circolo politico o culturale appartengono al passato con la loro ripetitiva, incalzante e monotona atmosfera.

L’universo delle relazioni si è fatto fluido e incomparabilmente più complesso, perché sono coinvolti più soggetti nello stesso tempo e dunque sono cresciute le relazioni che vengono stabilite: ancora una volta è la nota questione chiamata “dei tre corpi” (da Poincaré). Chi sa un po’ di complessità capisce che si tratta di una rete, con i suoi hub e i diversi link; sa inoltre che i flussi che si determinano tra due hub possono essere di varia intensità e che in genere tendono a essere pluridirezionali, dando vita a un sistema che è poliedrico, aperto e ricco di tensioni. Le tensioni, come loro caratteristica, possono raggiungere un equilibrio, ma questo non può essere definitivo perché altrimenti cessa il movimento e la circolazione. Negli incontri tra persone, come richiamati sopra, la tensione è costante e, come nei fenomeni fisici, vede in gioco diversi soggetti che esprimono differenti forze.

Insomma, sarebbe giunto il momento di fare un passo e chiamare le forze individuali che tutti i soggetti esprimono con il suo nome naturale, “volontà di potenza”. Quelle forze si esprimono, scendono in campo, si fronteggiano, si scontrano, si ritirano, talvolta per tacere, talaltra per recuperare le forze e rientrare in campo.

Esistono diverse forme con cui il vittimismo diventa una potente arma sempre più in uso nel finto dialogo tra posizioni diverse, permettendogli di imporsi e procreare. Queste forme si accompagnano ad altre, molto più elaborate di un tempo, con cui si inganna colui con cui abbiamo una relazione, amorosa amicale familiare lavorativa o anche semplicemente comunicativa.

 

Nel primo caso, il terreno di coltura in cui il vittimismo vive è il diffuso moralismo come sostituto della cultura: chi gioca con il vittimismo vince perché le sue armi sono prive di un contenuto reale, basate nella loro essenza su principi astratti e di fantasia, ma vince anche perché sa che l’interlocutore è sensibile a quel terreno, vivendo pure lui in un ambiente moralistico.

L’esempio pubblico più evidente riguarda la diffusa informazione sui bambini morti a Gaza, benché sia stato chiarito che molti bambini sono combattenti e che molte postazioni di attacco di Hamas risiedano in scuole e abitazioni civili. Anche le informazioni false sui morti civili fanno presa nonostante sia sempre più chiaro che le vittime civili nel contesto bellico scatenato il 7 ottobre 2023 da Hamas siano le più basse nei conflitti degli ultimi 100 anni.

La verità esce, ma ha bisogno di tempo, perché il moralismo fa presa più facilmente di una riflessione attenta e non superficiale. La gravità di questo atteggiamento che è diventato una cifra significativa dell’Occidente non sta nelle immagini create ad hoc dai Palestinesi con bambini tristi e malvestiti, ma nella velocità con cui in Occidente ci si commuove senza verificare la fonte e con uno sguardo tutto emotivo e sentimentale.

Ci si commuove e si interrompe la naturale circolazione tra emozioni, sentimenti e pensiero: ci si commuove e questo basta per schierarsi, ma senza pensiero l’uomo perde la sua umanità. Questa forma di volontà di potenza realizza in pieno ciò che la caratterizza: innanzitutto risponde al bisogno naturale di creare un nemico, in questo caso Israele, e dall’altro ci convince di essere buoni, dalla parte giusta, non quella palestinese, ma quella del bene, identificato nel bimbo triste.

Su questo aspetto il moralismo vince sulla cultura, ad esempio su quanto sempre più riconosciuto dalle neuroscienze e dall’approccio scientifico contemporaneo in termini di complessità.

 

La seconda forma si può riassumere nell’indignazione. Non basta la commozione perché non avrebbe effetti pratici e, anzi, potrebbe ottenere l’effetto contrario, di accettare e subire come prove di purificazione. Nel mondo o fare torto o subirlo: meglio subirlo perché ci fa sentire come Cristo in croce.

Commuoversi e basta è qualcosa che riguarda il singolo individuo e che non coinvolge nessun altro; l’indignazione invece esprime qualcosa di pubblico perché non è rivolta alla nostra interiorità, ma grida la rabbia, il risentimento e la riprovazione di qualcosa che va oltre la singola persona. Sebbene non esista una definizione univoca conosciamo tutti cosa sia l’indignazione: un bambino scalzo tra le macerie può anche farci piangere, in salotto o al lavoro, ma se passiamo dall’emozione provata al sentimento allora ecco salire dal profondo qualcosa di più complesso: non possiamo stare lì a piangere, dobbiamo fare qualcosa e così sdegno e rabbia ci fanno sentire non solo partecipi ma protagonisti e, solo allora, potremo partecipare alla manifestazione.

Nell’epoca del moralismo e dell’emozione, il pensiero resta fuori, nonostante abbiamo a disposizione una quantità enorme di dati e informazioni, ma ce ne disinteressiamo, anche se è qualche “amico” che ce li fornisce. Non è possibile far cadere quel castello di carte senza mettere in discussione la nostra persona: alla faccia del pensiero critico, anzi alla faccia del pensiero. Siamo per la diversità, ma non tutta, solo quella di cui siamo parte; siamo contro il razzismo, ma essere contro gli ebrei è giusto perché rappresentano il Male, mentre noi siamo buoni. E via discorrendo.

Di recente ho letto una citazione di Mc Luhan che fa al caso nostro: “L’indignazione è la strategia ideale per rivestire di dignità un imbecille”. Frase molto comunicativa, mentre più intenso è il riferimento nietzscheano al “risentimento”, di cui l’indignazione si nutre abbondantemente.

Il risentimento per un torto subito ci appartiene e ci costituisce e non c’è dubbio che, sebbene a livello sociale siano stati introdotti strumenti di compensazione, a livello individuale sia difficile conformarsi ad essi. Mentre a livello sociale c’è un giudice che valuta il rispetto o meno delle regole, a livello individuale quel giudice siamo noi e non esistono regole comuni e riconosciute. Ognuno di noi ha le sue regole e il grande legislatore è la generica, ma assoluta, volontà di potenza. Ad ogni costo ci domina, ci indirizza, ci impone: anche il nostro ragionare si ritrova a ubbidirle, nascondendo, filtrando, aggregando, esagerando, rimuovendo. Questo metodo si consolida e diventa qualcosa di automatico soprattutto se la famiglia ci ha educato in tal senso, anche col solo esempio.

Se noi colleghiamo questo spirito individuale a quello sociale di derivazione cristiana allora non è difficile comprendere il panorama contemporaneo in cui siamo immersi.

 

 

CENTRALITÁ DELL’INDIVIDUO E VITTIMISMO: LE NUOVE ANIME DELLA SOCIETÁ CONTEMPORANEA
 
INDICE
1)      Del capitalismo e della società: premesse.

2)      Dell’individuo e del vittimismo.

3)      Del quadro di riferimento.

4)      La centralità dell’individuo: le origini.

5)      La centralità dell’individuo: la crisi del comunitarismo.

6)      La centralità dell’individuo: su cosa è individuo.

7)      La centralità dell’individuo: una divagazione epistemologica.

8)      La centralità dell’individuo: forme e figure.

9)      La centralità dell’individuo: dentro il perdono e il chiedere scusa.

10) La centralità dell’individuo: dal semplice al complesso.

11) La centralità dell’individuo: l’individualità e l’indistinto.

12) La centralità dell’individuo: l’indistinto sociale.

13) La centralità dell’individuo: assoluto e relativo, astratto e concreto.

14) La centralità dell’individuo: la crisi dell’individuo sociale.

15) La centralità dell’individuo: al centro della rete.

16) La centralità dell’individuo: l’amore.

17)La centralità dell’individuo: il perché del vittimismo.