SOGNO N.1
Dire che l’età è solo un colore è, nel linguaggio postmoderno, qualcosa di ovvio o di profondo. Dipende. Qualcuno vi potrebbe scrivere un romanzo, fatto di dolci ricordi, di candele profumate, di massaggi delicati, di tramonti perfetti a Big Sur o a Broome.
Qualcuno, più audace, con tatuaggi invitanti, introdurrebbe qualche colore blu come la pillola.
Perché il colore dell’età è la parodia postmoderna della religione o, meglio, l’afflato tutto umano all’eternità e oggi che un nuovo personaggio si aggira per le contrade del mondo, l’individuo, tutti vogliono l’eternità. Più che un’aspirazione o una volontà è diventato proprio un diritto. Revisione costituzionale: accanto al diritto al lavoro, oltre ai diritti degli animali, cominceranno sit-in perché nella Carta sia iscritto il diritto all’eternità. Dopo qualche anno, sarà un diritto acquisito.
Peccato che i miei due fratelli siano morti prima di mio padre senza aver potuto godere di questo diritto: Federigo non aveva ancora 49 anni e Franco aveva da poco compiuto i 50. Contrariamente ai relativisti culturali del politicamente corretto non voglio ricostruire la storia e condannare un passato che non aveva ancora acquisito quel diritto. Sono cose che succedono e che sono sempre successe. Mio padre è morto a 99 anni e 9 mesi e avrebbe fatto a meno di questo diritto universale e avrebbe volentieri sostituito la propria persona, ma il diritto è astratto e, a dire il vero, ha sempre ragione: infatti avrebbe potuto prendere il posto solo di uno. Così va il mondo. Anzi, così andava il mondo. Oggi è tutto diverso.
Rimuovere la vecchiaia è rimuovere la vita: ho chiesto in giro di aiutarmi a capire, di indicarmi qualche filamento ozioso, di suggerirmi qualche piccola osservazione, di farmi uno schizzo.
In pubblico ho trovato seni rifatti, pillole erettive, cure innovative, protesi straordinarie: tutte cose che apprezzo e che sono tra le ragioni principali della mia scelta di campo per l’Occidente. In pubblico si può solo vedere e dunque, in pubblico, non mi aspettavo altro. Benedetta sia la scienza, benedetta sia la tecnica. Quando sarà il momento potrò sostituire la valvola aortica che non chiude bene e riprendere i miei viaggi o giocare a tennis, come fa uno che lavorava con me. Mia madre, per una cosa simile, ha potuto vivere più a lungo per 12 anni: come abbia vissuto quei 12 anni è un altro discorso. Mia nonna, sempre per una valvola, durante la Seconda guerra mondiale, è morta a 30 anni e poco più. Un conoscente di 23 anni, ancora per una valvola cardiaca, è morto nel 1973 e di lui ho seguito le tranquille ultime settimane d’attesa: non c’era nulla da fare.
In privato, ai conoscenti, agli amici, agli amori, ho chiesto con aspettative maggiori. Ma nessuno ha saputo rispondere, dove rispondere vuol dire rimandarmi un soffio, un respiro, una parola, un balbettante accenno. Anche qui mi è toccato fare tutto da solo, anzi, mi toccherà fare tutto da solo.
“Ma che dici, non dimostri l’età che hai. No, non sei vecchio. Ma di che ti preoccupi? Certo i capelli sono pochi e bianchi, ma che vuol dire? Non devi abbatterti, l’età è quella che si dimostra interiormente. C’est la vie, ma tu li porti bene i tuoi anni. Non ci pensare, che ci pensi a fare?”
Non avevo ancora compiuto quarant’anni e un mio carissimo amico che aveva poco più di 24 anni, appena laureato, si concesse un viaggio premio in Australia. Gli regalai un’agenda e scrissi qualche parola. Tra queste una frase mi rimase scolpita: l’età è solo un colore. Ma l’età di cui parlavo non era la mia, bensì la sua. Era la persona che sentivo più vicina, sintonia e simbiosi, così che le mie opere non potevano non parlare di lui. La sua età aveva un colore e, di conseguenza, anche la mia. Nessuna misura, nulla che pesasse o posasse, nessuna gradazione, nessuna classifica, niente di niente. Un quadro e qualche colore. Come si fa a dire che il rosso è migliore del giallo? La sua giovinezza non era migliore della mia maturità, come pure i miei 40 anni non pre-tendevano autorevolezza e tantomeno autorità. Stavo componendo un quadro, il quadro della mia vita, con i colori che provenivano dal passato e con quelli che immaginavo per la parte ancora non compiuta. Solo colori, non età.
Nello stesso periodo iniziavo la seconda opera della trilogia e suonavo Il flauto di Pan. Venti-quaranta-sessanta: iniziava la mia riflessione sull’età. Come sempre succede, anche persone che amano la complessità non sempre riescono a giocare d’anticipo come dovrebbero, così i miei quarant’anni iniziarono un processo, ma ho dovuto aspettare i sessanta perché quel processo subisse un’accelerazione significativa. Ma non posso lamentarmi: se i sessanta lasciano il segno è merito anche di quell’inizio che i quaranta osarono innescare.
Subito mi resi conto che parlare dell’età voleva dire parlare del tempo.
[…]Che il tempo sia un reziario, come scrive Baudelaire ne Il viaggio, apparve un’acquisizione fondamentale, ma, come per i gladiatori, anche per me la partita non era persa in partenza. Ancora oggi non so quali siano le regole del gioco né il terreno in cui si gioca né chi siano i contendenti: continuo a credere che la morte sia comunque un dato materiale, con cui fare i conti, ma che non necessariamente sia il colore dominante del quadro. Los dibujos di Goya, il tenebrismo secentesco o le notti di Delvaux sono solo un punto di vista e nessun quadro nero corrisponderà alla quintessenza pittorica della vita. Il viaggio è sempre la dimensione analogica più sorprendente della vita, sorprendente e in-lusoria (in ludum, dentro il gioco): un viaggio avrà termine, ma il suo colore sarà segnato dall’insieme pittorico che lo compone, prima del fatidico-fatale rientro a casa.
Pensare al tempo significa pensare alla morte e alla vita, ma significa anche pensare alla vita non in antitesi con la morte, bensì alla vita come sua costruzione, come snodarsi di eventi di cui siamo protagonisti, come un’opera d’arte cui ci dedichiamo con passione e la cui composizione è tutt’altro che lineare, con curve rientri pause zigzag cerchi spirali scarabocchi cancellature sbavature e tutti quegli artifici a cui un buon pittore o un buon architetto ama ricorrere, talvolta en souplesse talvolta con evidenti forzature. D’altra parte, l’immagine di Dio come il grande orologiaio appare decisamente superata. Il tempo, e l’essere, non sono un orologio, come la volontà di potenza spirituale non è la volontà di potenza materiale. Legame, non identità.
