Non ho pretese eccessive su questo campo, perché so bene quale sia la mia formazione, diciamo, letteraria. Ne ho parlato più volte, soprattutto nei miei tratturi e so che ho cominciato a leggere con un certo impegno e con una certa insistenza molto tardi. So che la mia formazione è eclettica e, proprio perché è avvenuta in una fase adolescenziale adulta, ha seguito un percorso molto estemporaneo, cercando di sondare terreni che ero io a decidere e che solo il Caso mi suggeriva. Ho preso, abbandonato e ripreso, o abbandonato definitivamente, autori che entravano per motivi poco accademici. Ciò non mi ha impedito, anzi mi ha permesso, di creare una rete di letture che avevano un filo conduttore che era, ed è, la mia persona. Non esisteva un tema preferito né la dimensione estetica (il comune “mi piace”) aveva un benché minimo spazio in questo zigzagante viaggio. Anzi, contrariamente a ciò che normalmente succede e oltre i parametri della curiosità, questa rete mi portava in direzioni mai immaginate, visitando anfratti letterari che appartenevano ai più svariati argomenti, topoi, epoche, luoghi, orientamenti. La mia biblioteca si conformava secondo le mie pretese, che, come tali, erano qualcosa di limitato al momento in cui nascevano ma allo stesso tempo erano in avanti (pre)-tese. La biblioteca che sono andato costruendo è come quel gioco che fa vedere, fotogramma dopo fotogramma, come le differenze fisiche tra le persone di luoghi diversi (diciamo razze o etnie) siano impercettibili: se però procediamo fermando l’immagine dopo aver saltato gruppi di dieci, allora le differenze risultano sensibili.
Cosa leghi Suor Ines de la Cruz a Wittgenstein e a Bukowski Charles è difficile da far risaltare. Eppure, piccoli passaggi hanno permesso di mantenere quel principio di continuità che, decenni orsono, aborrivo come la peste. E quando parlo di biblioteca, non mi riferisco a qualcosa di ideale, ma a un insieme evolutivo nel quale rientrano a pieno titolo testi che hanno contribuito a formarmi solo per il rigetto espresso nei loro confronti. Al lato opposto del quadro stanno gli autori che ho voluto sposare, ma che non l’ho mai fatto in toto, limando, saltando, interpretando, travisando.
Dico queste cose come una forma di auto giustificazione, nel caso mai qualcuno leggerà questi sogni. Non sto scrivendo un saggio e tanto meno un saggio che voglia fare il punto su quanto sinora esposto in tema di vecchiaia. Lungi da me l’esaustività, ma lungi da me anche la pretesa di fare un discorso ragionato o di scrivere una storia sulla vecchiaia. Non ne ho le capacità né le basi, così come non ho alcuna prospettiva editoriale che possa soddisfare il mio ego. Né questo né quello, ma soprattutto una dichiarazione di poetica a cui voglio rimanere fedele. Poetica ed epistemologica. Perché se è vero che, morto Cartesio, conoscere è creare e se è vero che poesia è creazione, allora i termini si com-penetrano: da qui non esiste più una dimensione estetica e allo stesso tempo qualsiasi elemento conoscitivo esprimerà sempre e soltanto una dimensione parziale. Questi sogni, così aridi e poco idillici, vorrebbero aprire questo varco, cercando di portare alla luce qualche elemento che ci faccia sentire di più a nostro agio a mano a mano che il tramonto si compie lasciando il posto alla notte. Per fare questa operazione, che io ritengo altamente creativa, non si tratta di esprimere un’opinione, ma di scavare in tutte le direzioni, apprezzando e allo stesso tempo rifiutando quanto sinora espresso. Pur conoscendo la verità essenziale dell’uomo come “essere per la morte”, questa verità non risulta esauriente. Andrò dunque a cercare, anzi a rovistare, tra gli autori che conosco, convinto che l’aspetto decisivo in questa quête non sia tanto il testo di riferimento quanto il senso di com-piacimento che saprà attraversare la mia persona e dunque la mia persona in toto. Nella sua com-plessità, com-prensione, con-formazione. Di orizzonti.
