E così sarà per secoli.

Leggeremo le decalcomanie di tutto ciò in poeti che sapranno spesso dare un loro spunto, dal tratto e dal colore modificati, ora più intensi ora più morbidi e potremo così arricchire la qualità della nostra anima. Chi rimarrà troppo attaccato alla terra ci farà sorridere e godere solo per i limiti della nostra adolescenza e la consuetudine facile e istintiva dei sensi: S’i fossi foco…le vecchie e laide lasserei altrui, Giovinezza giovinezza che si fugge tuttavia…

Ma è lì, in quell’adolescenza confusa, che si aprono porte che sanno schiudere giardini e limoni e profumi e solarità; è lì in quell’adolescenza tormentata che si realizzano i paradossi che ti portano a sederti presso la siepe e il colle e scoprire l’ultimo orizzonte. Purtroppo, confusione e tormenti hanno una epistemologia istintiva, che impedisce loro di trasformare il cerchio in spirale: non sarà mai loro il compito di ricostruire le connessioni e di procedere all’illuminazione del cammino. Non sto parlando della saggezza degli adulti, così come ormai consolidato luogo comune e comune patrimonio della volgarità. Anche in questo campo le verità acquisite nella storia dell’umanità hanno cessato di essere tali e ciò che appariva vero per gli antichi ha perso la sua aureola e la sua santità. Come il triangolo che ci piaceva usare per rappresentare le montagne.

La verità cessa di essere tale senza per questo diventare qualcosa di falso. Non sono giochi di parole: capire questo è, oggi, la premessa per potersi orientare. Scatto e scarto, come scrissi ne I cipressi. È curioso come la comunità abbia saputo far fronte al nuovo e al diverso, a tal punto che con le novità quotidiane della tecnica si diffondono i più innovativi costumi. Chissà cosa direbbe Rimbaud? da un lato direbbe “Ve l’avevo detto”, ma dall’altro esploderebbe in un sacrosanto “Che pena!”.

Enormità che si fa norma, tutti comprachicos, quintessenze a 99 centesimi. Eppure, non c’è nulla di male. Il Marchese De Sade lo faceva già prima, ma il fatto che era un nobile e un grande scrittore non diminuisce il valore del suo imitatore, ragioniere o professore che sia. E lo stesso vale per l’inverso: il fatto che certe cose le facciano tutti a tutte le età non toglie valore al Marchese de Sade.

Gli artisti maudits amavano sexdrug&rocknroll e oggi guai a porsi fuori dal rito conformista della trasgressione. Si ripete quanto detto sopra nella reciprocità di valore.

Il povero Zavattini fece scalpore e scandalo pronunciando la parola “cazzo” (o merda?) alla radio; oggi chi non la pronuncia almeno una volta al giorno è guardato con commiserazione e quasi emarginato: insomma un fossile degno ormai del cimitero.

Tutto si diffonde e fluisce riproducendosi con i numeri di una popolazione in aumento. È la democrazia. E non c’è nulla di male. Non esiste vita degna al di fuori dell’elitismo, ma non certo il preteso elitismo di una trasgressione di massa: tutti chef, poeti, musicisti, attori, sportivi, atleti.

È qui, radicato in questa apparente aporia, il nodo della questione che, ripeto, è di natura epistemologica. Non dico cose nuove, perché quell’elitismo, unica sana prospettiva alle miserie della vita umana, è sempre il superuomo di Nietzsche: è la tensione a superare l’uomo che siamo, una tensione che non lascia scampo e che dura quanto il Caso ha voluto che durasse la nostra esistenza.

Ma dove si trova oggi quel superuomo, costretto a rintanarsi nei più oscuri anfratti per poter continuare a vivere? Nessuno gli ha dichiarato guerra, perché oggi non è costume né democratico né politicamente corretto; basta far finta di nulla e occupare lo spazio, in fondo tutti hanno diritto ad esprimersi, ma –guarda caso- lo spazio è sostanzialmente incomprimibile e occupare spazio significa toglierne. Non c’è più bisogno di guerre, basta il numero, e la massa è numerosa. Il nostro superuomo si trova così schiacciato dall’ipocrisia della consuetudine e dalla consuetudine dell’ipocrisia. Non sempre risulta necessaria la lotta per occupare lo spazio, basta mettersi in fila, prendere il numerino e aspettare ordinatamente davanti allo sportello giusto.

Il superuomo rifugge da questa consuetudine e si allontana indisturbato: un tempo le parole (o i gesti) di un artista fornivano gli strumenti per la costruzione degna di una vita, ma oggi di questo exemplum rimangono solo i conati e le apparenze. Ed essendo ogni progressione, prima o poi, di tipo geometrico, una volta dato il via libero a questa pratica, in nome del valore assoluto democratico, non c’è limite né nelle manifestazioni né nel numero dei protagonisti né nella loro localizzazione geografica.

Ex-emplum deriva da ex-imere, cioè trarre fuori, e poiché imo vuol dire basso, in realtà l’esempio è un sollevare dalla terra per mostrare a tutti. La precisione latina non dà adito a discussione: si sollevano da terra solo particole, non si può sollevare tutta la terra. Dalle Vite parallele di Plutarco alle Vite dei Cesari di Svetonio alle Vite del Vasari per non parlare dell’autobiografia, che so Les Memoires di Goldoni o la Vita dell’Alfieri (tralascio l’elenco dettagliato di Ricordi, Memorie, Autobiografie varie), l’exemplum è sempre stato un momento decisivo nella formazione delle persone. Poi si è cominciato a dire che la Storia la fanno le masse, si è parlato di storia orale, insomma si è disumanizzata la Storia. Ovviamente non ce l’ho con la democrazia come non ce l’ho con l’Aulin, si chiamano effetti collaterali. Disumanizzata la Storia, in compenso, ognuno di noi, ogni individuo si è sentito la Storia, giustificato in ciò dal principio assoluto democratico e dal suo alter ego, il concetto di persona.

Ed eccoci al presente, in medias res: la terra si è sollevata ed ogni suo componente pretende di essere un exemplum. Siamo oltre l’eterogenesi dei fini, siamo al paradosso e all’aporia divenuti sistema. Le premesse sono senz’altro accettabili (il diritto di ogni persona al riconoscimento e alle possibilità), il ragionamento è accettabile (la progressione storica di questo diritto), purtroppo la conclusione risulta non accettabile.

È proprio in questo legittimo processo (legittimo per legge storica e giuridica) che si comprende come le nostre riflessioni abbiano necessità di ricorrere a filtri di natura epistemologica e poetica.