SOGNO N.8

 

Torniamo alla dimensione poetica avviata in un Sogno precedente. Ho già fatto intendere che dopo il Vecchierel di Petrarca non si è fatto granché. Apro una parentesi. Il mio non è un rimprovero né tanto meno un anatema. So bene che per consolidarsi certi fenomeni hanno bisogno di iterazione e dunque non mi lamento. Ma non sono qui per giustificare l’esistente: ciò che a me interessa, e dovrebbe interessare tutti, non sono le conferme, ma le emergenze. Soprattutto quando ci si trova a distanze temporali e spirituali di ordine astronomico. Probabilmente c’erano altre strade da cui passare, senza bisogno di assistere a questo stillicidio della persona, che ormai si confonde con inondazioni e cascate. Anche il passato aveva un futuro. Non è dunque esercizio inutile quello di curiosare tra i bauli lasciati incustoditi nelle soffitte della Storia, alla ricerca di qualcosa di non banale. Non dico sublime, dico semplicemente qualcosa che individuava un altro cammino, generando un’altra rete di relazioni. Insomma, l’altra scelta delle biforcazioni.

Devo ricordare che qui si espongono suggestioni, non esaustive analisi di rispetto, alle quali non potrei dare alcun contributo sia per quelle lacune già evidenziate (anche in questi Sogni) sia perché non sono sottoposto ad alcun vincolo contrattuale.

Ed eccoci con un vero e proprio volo pindarico secolare catapultati all’inizio del XIX secolo, in piena era napoleonica, quando ormai il mondo moderno aveva schiuso il guscio e si affacciava fuori dall’uovo pronto a ingrassare, crescere, accoppiarsi, autoriprodursi, espandersi e costruire in termini autoecoorganizzativi la realtà che per gran parte è ancora quella di oggi.

In un’epoca che mescolava meccanica ed egittologia, mongolfiere divine e cristiani aneliti, certezze e verità così come verità e certezze; in un’epoca che già ci preparava ad accorciare anche le distanze terrestri e aeree; in un’epoca che confondeva mistero e positive costruzioni, ebbene in quegli anni c’era chi continuava imperterrito a scavare dentro se stesso, facendo di questi esperimenti un’occasione che avrebbe potuto risultare utile, se non a tutti, a molti. Uno di questi retrogradi rivoluzionari è Niccolò Foscolo che ci ha lasciato qualcosa su cui ancora oggi, a distanza di due secoli, vale la pena soffermarsi.

Fossi stato più giovane avrei scritto qualcosa a partire da Alla sera; ora ho invece un altro orizzonte, quello De senectute, e dunque sposto la mia attenzione sul Carme del poeta, di cui però mi interessa solo la primissima parte. Amo i Sepolcri e i suoi riferimenti sia metafisici sia storici sia mitologici, ma non sono né Achille né Ettore né tanto meno Omero, né la mia aspirazione è quella di andare a riposarmi in Santa Croce. I Sepolcri parlano ovviamente della morte, ma, come tutte le grandi opere dei grandi uomini, parlano soprattutto della vita. E soprattutto di ciò che ci avvolge, anche se in genere non riusciamo ad accorgercene: mi riferisco non tanto alla vita, termine troppo vasto o troppo modesto per meritare la nostra attenzione, quanto del senso della vita. Il senso della vita è ciò che costruisce la nostra esistenza e dunque il nostro destino; esso parla di responsabilità e di creazione, dunque di poesia, è sempre definito e allo stesso tempo in-de-finito, aprendosi all’eterno e all’infinito.

Rileggiamo insieme la prima parte:

 

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro?
Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

 

Non avendo il dono della fede (non concesso o rifiutato non fa la differenza) la Speranza fugge i Sepolcri, ovviamente. Egualmente un cippo, un fiore, una parola non addolcisce questa perdita, ovviamente. Come sappiamo, questo inizio serve a Foscolo per entrare in quello che è il punto di vista altrui sulla nostra morte e come corrispondenza d’amorosi sensi, egregie cose, il Canto siano in grado di ingentilire gli animi. Dei vivi, ovviamente.

Per quanto ami la logica espressa nel Carme, le sue immagini, i suoi voli pindarici, il suo alto testimoniare, non sono questi gli aspetti che qui interessano al mio scavo. Vediamo invece i versi che dal terzo al quindicesimo servono a Foscolo per costruire da poeta, e non da philosophe, il percorso che si è proposto: poeta, cioè, in questo caso, tessitore di veli, in particolare di quel velo delle Grazie cui stava lavorando.

 

 

Punto primo:… il Sole / per me alla terra non fecondi questa /
bella d’erbe famiglia e d’animali.

 

La natura vive per me e il Sole la nutre e ne permette la continua sopravvivenza; la natura, cioè l’insieme della flora e della fauna, una famiglia bella di erbe e animali, la nostra famiglia. E il Sole feconda questa famiglia: un concetto astratto che si ripete nella concretezza dei tempi e dei luoghi. E io ne godo.

 

Punto secondo: vaghe di lusinghe innanzi / a me (…) danzeran l’ore future.

 

Il futuro mi costruisce e mi conforma nella sua concretezza, ma non nella sua episodica vanità; esso mi aiuta, mi rasserena e mi addolcisce, mi entusiasma e mi fortifica, con la sua sola presenza. Il futuro non è una chimera né un fantasma, al contrario è qui davanti a me e lo vedo, ne sento i palpiti, ne studio le mosse, ne apprezzo i colori. Non è un concetto, un’idea, che posso affrontare solo in termini filosofici: l’essere per la morte sono io che morirò e tra tutte le cose che non so questa è l’unica che appartiene alla mia conoscenza in modo completo. Il futuro sono battiti, divenuti fanciulle, sono le ore alla cui danza, invitato o no, sono stato chiamato. Danzano sempre, in modo incessante, qui e ora, davanti a me e per me: quelle ore sono io e sono con me. Sono ballerine speciali e come tali, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe conoscendo il finale, non mettono in scena una Danza Macabra, bensì un gioioso corteo, fatto di lusinghe, cioè di lodi (laus) e allo stesso tempo di giochi (lusus). Un gioioso corteo, vago, non perché irreale e indefinito, ma, poeticamente con Petrarca, bello. La bellezza della danza è la bellezza delle ballerine, cioè delle ore, che mi sorridono e mi accarezzano e mi prendono per mano e mi inducono a passi e movenze che mi fanno sorridere.

 

Punto terzo: … da te, dolce amico, udrò (…) il verso / e la mesta armonia che lo governa.

 

La poesia, le parole che creano la nostra esistenza e che decidiamo di comunicare, sono qualcosa che va al di là dell’episodico e del contingente. L’amicizia assume in questo senso un valore profondo che non è solo l’abbraccio maschio o lo sfogo femminile. L’amicizia è il terreno privilegiato per una corrispondenza d’amorosi sensi che identifica nelle parole un luogo privilegiato per nutrire gli amici e creare se stessi, nutriti dagli amici mentre creano se stessi. La dolcezza e l’armonia, seppur mesta, sono parte integrante di quell’incontro reso possibile non da affinità elettive generiche ma dal valore che alla parola e al verso si riconosce. Non ci sono imprese da compiere né canti, ma semplici versi, intessuti con quello spirito che pochi anni dopo Leopardi scoprirà ne L’infinito. L’armonia, legame ar-itmetico e ar-tistico, è ciò che unisce le persone e quel legame è dato solo dalle parole che a quei tempi Foscolo chiamava versi, ma che oggi, piaccia o no, tornano ad essere parole. Dense ed eteree allo stesso tempo, evanescenti e pregnanti, autoritarie e umili, mai ripetitive mai pesanti mai incatenate.

 

 

Punto quarto: … nel cor mi parlerà lo spirto / delle vergini Muse …/
unico spirto a mia vita raminga,

 

Le Muse non sono solo figlie di Zeus e al seguito di Apollo, non solo celebrano l’Arte in quello che di supremo essa ha, per i Greci e per Foscolo, cioè lo spirito divino che diffondendosi tra gli uomini li rasserena e li eleva, aiutandoli nell’andare oltre la sopportazione della vita, breve e allo stesso tempo miserabile. Le Muse sono anche figlie di Mnemosyne, ovvero la Memoria, a richiamarci il legame profondo che esiste tra la parola e la sua costruzione, tra un passato che vive grazie alla madre delle Muse e un futuro che le Muse ci allietano. E nel presente noi ci godiamo questo straordinario dono che gli dèi ci hanno voluto fare, dandoci il senso di un’esistenza limitata ma allo stesso tempo proiettata nel passato come nel futuro. È uno spirito, cioè qualcosa di etereo, materiale ma inconsistente, un soffio, un sospiro e un sussurro che parla nel cuore ad ognuno di noi. E così la vita, o meglio l’esistenza, si ramifica e ci sorride, lentamente spuntano bocci, fiori e frutti e dal cuore si diffondono ricoprendoci e accarezzandoci. Il cuore. Troppo semplice ridurlo all’ente della contrapposizione sentimento-ragione, troppo semplice identificarlo nel sussulto dell’emozione e nel suo calore, contro il freddo e l’arido pensiero. Quel cuore è lo stesso di Leopardi, quando procede alla creazione di “interminati spazi, di sovrumani silenzi, di profondissima quiete” … “ove per poco il cor non si spaura”. È il battito della vita che segna il tempo, lunghissimo ma non eterno, col ritmo delle Muse: esse ci parleranno, ma noi sapremo ascoltarle? Forse non sempre, ma dovremo provarci, perché senza quelle parole, e le nostre, la nostra esistenza si perderebbe. Prima di tutto a noi stessi.

 

Punto quinto: … nel cor mi parlerà lo spirto / … dell’amore, / unico spirto a mia vita raminga,

 

ma l’unico spirto alla vita raminga è anche lo spirito dell’amore. Spirito, ovvero soffio vitale, dunque ciò che ci fa vivere. L’uso di questa parola può apparire a qualcuno troppo semplice e a qualche altro invece troppo complesso, al punto di diventare misterioso. In realtà il poeta ha saputo cogliere nella semplicità di due parole (spirito e ramingo) la complessità dell’esistenza: non occorrono, a volte, trattati, ma basta trovarsi al posto giusto nel momento giusto. E questo avviene solo esercitandosi e coltivando dentro se stessi la scoperta: solo così tra tutti i portoni aperti riusciremo a essere attratti dall’unico che ci inonda col profumo dei limoni, quello –per l’appunto- che ci indica il varco e ci svela la maglia rotta nella rete. È certamente il Caso, ma il Caso non opera mai “a Caso”, perché dipende da noi meritarci la sua amicizia. Sarà questa la lezione più importante, e decisiva, di tutta la poesia moderna, da Baudelaire a Montale e Paz.

E così spirito coincide con la sua origine di soffio, sia come respiro, senza il quale la vita non si pone, sia come qualcosa di leggero e invisibile, contrapposto a ciò che invece “pesa e posa”.

E così raminga non è solo la vita di Foscolo che fu in realtà errante; ma raminga è la vita, perché in essa procediamo di ramo in ramo, anche quando crediamo di essere abitudinari, perché mutevole è il carattere unico e definitivo della vita umana. Solo lo scavo dentro se stessi, solo lo scrutare dentro la propria persona permette di svelare qualcosa che a quella persona risulta irriducibile.

La vita raminga di Foscolo è la vita di ognuno di noi; il senso della vita di Foscolo e di ognuno di noi è qualcosa di spirituale e in essa le Vergini Muse e l’amore svolgono un ruolo predominante. Sono uniche, anche se sono due, perché non è il numero, definito, che lascia il segno, ma lo spirito, che è per definizione indefinito.

Sul perché l’amore, non vale la pena insistere, perché di lui ho parlato altrove e in abbondanza. Se mai si può solo confermare oggi, a distanza di due secoli, la scelta di Foscolo: ciò che era cominciato nel Medioevo e aveva impiegato secoli per uscire da ambiti circoscritti oggi è il segno dell’esistenza di ognuno di noi. Universalità dell’amore, oggi, solo oggi, indipendentemente dalle forme che ognuno, ovunque, ha voluto e vuole dargli.