SOGNO N.9

I primi versi de I sepolcri proprio perché parlano della morte sono quanto di più vicino è alla vita, perché ci aprono al suo senso. Il senso, quel qualcosa che oggi ogni filosofo mediamente intelligente, ermeneutico o euristico che sia, riconosce come essenziale. Essenza da esse, senso da sentire: due etimologie chiaramente diverse ma che riescono a toccarsi. Il senso è essenziale, perché al di fuori del senso noi non siamo. Occorrono anni perché si scopra questa semplice verità e spesso continueremo senza porci questo problema. Chiedersi qual è il senso della vita è già dare un senso alla vita.

E qui Foscolo ci fornisce degli strumenti che hanno le loro radici in ogni essere umano: il senso della vita umana non può che essere radicato nella vita degli uomini. Non confondiamo il senso con l’ideologia che, recidendo quelle radici, può costruire qualsiasi cosa perché perde le fondamenta su cui la vita si costruisce e con esse tutti quei filamenti, più o meno lunghi, più o meno spessi, che dal tronco emergono e si diffondono.

Foscolo parla per sé, un sé storicamente e geograficamente fondato, con una biografia narrata da lui e da altri, spesso romanzata o tradotta poeticamente, resa vera non dalla corrispondenza con un reale oggettivo ma dalla responsabilità che l’uomo-poeta assume fornendone l’interpretazione. Il poeta Foscolo scava dentro se stesso e porta alla luce aspetti importanti e mette a fuoco una persona, unica e diversa, unica perché diversa, frutto degli infiniti aut-aut che lo hanno preceduto e di quelli che si è trovato a vivere, con scelte casuali e con scelte decise, spesso anche queste frutto del Caso e della contingenza.

E Foscolo ci fornisce una ricetta che è valida anche per noi, ma che –allo stesso tempo- possiamo trasformare introducendo quelle varianti che rendono la tradizione così essenziale e i suoi piatti senz’altro più gustosi.

E così scopriamo che dare un senso alla nostra esistenza è godere di ciò che la natura ci offre e insieme ad essa ciò che l’uomo ha elaborato nel corso della costruzione della sua avventura: l’arte, la poesia, l’amore. Ma non esiste vita che valga la pena di essere vissuta senza passato e senza futuro, senza memoria e senza speranza. La memoria sono le radici che hanno prodotto l’albero che siamo e la speranza sono i germogli che continuiamo a produrre, stagione dopo stagione.

Ciò che rende fragile, ma allo stesso tempo unica, la senectus è proprio quest’ultimo aspetto: la speranza, la produzione di nuovi germogli e la costruzione di nuovi rami.

La senectus comincia qui, quando cominciano a vacillare, nella mente, i progetti che hanno reso l’albero così maestoso e profumato, non tanto perché manchino le idee, quanto perché sai bene cosa si nasconde dietro la curva, oltre la nebbia. Non vale la pena sforzarsi nei numerosi campi come non vale la pena farsene una ragione: ugualmente non serve carpere diem. Non c’entrano i segnali del corpo che comincia ad arrugginirsi, non c’entra la pesantezza di un impegno che hai condotto a modo tuo per quarant’anni, ma non servono le soluzioni che conosciamo. La senectus è una condizione personale, esclusiva, che ci appartiene e che dobbiamo saper rispettare, non è una malattia né un premio, è semplicemente una condizione che ci accoglie tra le sue braccia, quando meno te lo aspetti. Una condizione che solo noi abbiamo creato e di cui siamo artefici e prodotto allo stesso tempo: anche qui, come nel passato, si tratta di essere noi a scegliere il nostro destino.

Certamente la produzione di ormoni non è più la stessa né dell’adolescenza né dei venti e trent’anni; certamente ci sono molte cose che faresti diversamente, ma non ti si ripresenteranno più; certamente sai che quello che scrisse Paz è talmente vero che rimarrà, per te e i tuoi figli, solo un orizzonte: l’uomo è la indeterminazione in persona (Convergencias,La bùsqueda del presente, 1990).

Eppure, dietro queste parole, nel mio caso, non c’è rimpianto perché, nella mia ricerca, ho scoperto che quelle debolezze, fragilità, incertezze, così come quelle irruenze, agitazioni, esplosioni, sono irripetibili: irripetibili non perché storicamente determinate (e terminate), ma irripetibili perché hanno contribuito in maniera decisiva a formare la persona che sono, che sa di aver creato molto, vincendo la guerra pur perdendo tutte le battaglie. Anche solo nel pensiero non immagino di ripetere una di quelle battaglie per vincerla, perché so che probabilmente perderei la guerra. È questo il senso profondo della “divina indifferenza” e dell’amicizia del Caso.

Lasciamo da parte questo aspetto, che è quello fondamentale, perché quella scelta ha bisogno ancora di molti strumenti, quel viaggio ha bisogno ancora di molte tappe e Foscolo è stato solo una di queste tappe intermedie.