Mi ero ripromesso di continuare l’excursus letterario nella modernità della vecchiaia, ma riflessioni ondivaghe mi obbligano a deviare da quei sani propositi. Il numero veramente esiguo dei miei lettori, numero congruo ma vicino allo zero, mi obbliga a interpretare una parte che non si dubita debba rimanere separata. Devo cioè improvvisarmi lettore e interpretare da altre angolature le mie stesse parole. Qualcuno, e recentemente i giornali ne hanno parlato spesso, pensa che parlare in prima persona, analizzare se stessi è un falso ideologico, dimenticando la celebre frase di Flaubert “Madame Bovary, c’est moi”. Io, al contrario, credo che si debba parlare solo in prima persona, ora che la poesia moderna (e con essa l’arte moderna) sono definitivamente tramontate. Parlare in prima persona significa sviluppare (nel senso opposto ad avviluppare) la rete che noi siamo; e questo è indipendente dal peso che attribuiamo alle parole che facciamo emergere: si tratta pur sempre di verità che non sono e mai saranno “la verità”. Se è vero, e oggi è ancora più vero, che “l’Io è un altro”, non vedo nulla di male nel focalizzare l’attenzione sull’altro che è il lettore e, allo stesso tempo, sono Io. Come se lo scrivere mi impedisse di leggere: lo scrittore, in realtà, è il suo primo lettore.
Fatte queste premesse solo a mo’ di introduzione, passiamo al conquibus.
Già essere vecchio è una realtà ambigua e piena di ambivalenze, oggi com-presa solo grazie a quei virtuosismi logici di cui la cultura di massa è sapiente ispiratrice. È vero, e questo rende i luoghi comuni della cultura di massa diversi dall’ideologia, è vero –dicevo- che non si può più essere vecchi come ai tempi di Cicerone o di Dante. Ma ciò non giustifica tutto ciò che dobbiamo sopportare.
Come ho cercato di indicare nella prima parte dei miei sogni, oggi si può essere vecchi solo se si assomiglia ai giovani (ovviamente in vigore ed energia) o se si è disposti a farsi compatire oppure se si rinuncia (attraverso il giardinaggio, l’università della terza età et similia) a competere con quelli che ancora vecchi non sono.
Già essere vecchio è una realtà ambigua e piena di ambivalenze, ma essere scrittore della vecchiaia può ancor più trarre in inganno il lettore, indipendentemente dalla sua età, dalla sua cultura, dalla sua predisposizione affettiva e poietica.
In questa mia vecchiaia che non può essere serena come vorrei (e non può esserlo per motivi essenziali) scopro, ogni giorno che passa e ogni parola che scrivo, che nulla può considerarsi acquisito. Eppure, delle precedenti acquisizioni non posso fare a meno, altrimenti si interromperebbe la catena della spirale e finirei come tutti gli altri, nelle alchimie del tirare a campare. È proprio questa mia stupidità, di cui mi pregio, che mi permette, nel dolore rasserenato e in-satis-fatto, di procedere a dis-coperte interessanti.
Il placare delle turbolenze, in me, non ha nulla a vedere con la pace dei sensi o con la saggezza che un’età più lunga comporta, elementi tipici della vecchiaia tradizionale. I miei ardori e le mie esuberanze si sono rasserenate solo perché sempre più com-prendo, grazie al mio metodo, che gli inattesi feedback altrui hanno una loro matrice essenziale e strutturale, direi metafisica.
La mia verità, essendo il frutto di uno scavo molto più profondo, esige, nella pretesa, il riconoscimento che le compete, e, come prima, la mia volontà di potenza continua in tale esigente pretesa. La differenza di potenziale tra le due volontà (di potenza) provocava, in passato, slanci e furori che potevano dirsi stupidi più che giovanili: la stupidità fa parte della esigente pretesa e continua a manifestarsi nello stupore provocato dalla risposta dell’altrui volontà di potenza irriconoscente. Ma, dal momento che il meccanismo si riproduce nelle stesse forme essenziali, tale stupore ha rallentato la sua esplosione e la sua rabbia, nutrendo sempre più se stesso e riuscendo a registrare-misurare la crescente distanza che si è venuta a creare. È, in fondo, la coniugazione, nelle persone, nei tempi e nei modi adeguati, del verbo di Giovanni: “E gli uomini preferirono il buio alla luce”.
È questo stupore dunque, sconcertante ma fertile, che vorrebbe animare questo sogno.
Qualche demone, nel senso greco della parola, si impadronì di me anni e anni fa e decise di usarmi come cavia dei suoi esperimenti; accettai di buon grado e diventai l’artefice dei miei esperimenti, immedesimandomi nella parte a tal punto che ogni persona che incontravo diventava anche lui la cavia di questa catena di esperimenti. Cavia inconsapevole e dunque irriconoscente: se persino Einstein non volle mai riconoscere le estreme conseguenze della fisica quantistica, perché avrebbero dovuto procedere a riconoscimenti persone di ben più modesta levatura? Ma questa verità è recente e dunque non posso applicare valutazioni retroattive. Purtroppo (per fortuna? magari? chissà? probabilmente?) tale coscienza o, meglio, com-prensione è necessariamente ricorsiva: ciò vuol dire che acquisire (prendere atto?) l’inconsapevole irriconoscenza altrui comporta (Archimede?) una accresciuta consapevolezza riconoscente di me stesso a me stesso. Ardori, esuberanze e turbolenze erano il colore e la forma del branco cui appartenevo, quello degli esseri umani. Non che oggi ne sia uscito, ma la distanza, seppur panteistica, sembra accresciuta e, paradossalmente (ancora l’eterogenesi dei fini?), dalle sfumature più tenui.
L’aver scoperto il ruolo decisivo dell’individuo in quella che altri chiamano la società post-moderna mi permise di leggere Nietzsche e, soprattutto, di entrare in profondità in quella che registravo come semplice, seppur ampia, differenza di potenziale. Ma il ruolo decisivo dell’individuo non giustifica né la mia stupidità né il mio eterno stupore: in compenso, però, apre strade, ponti, diramazioni e orizzonti. La mia stupidità e il mio eterno stupore non risultano giustificati, ma giustificano la comprensione e la scoperta.
Negli anni in cui il demone si impossessava di me le parole che cominciavano, depositandosi, a formarmi erano parole pure, essenziali, sradicate da un contesto, aprendo la voragine di una ferita che sto faticando a ricucire. Leggevo Spleen di Baudelaire e inventavo che si trattava solo di un attimo: d’altra parte ne avevo vissuti più di uno e non faticavo a riconoscerli. È vero però che cercavo la felicità e così forzai la mano al grande poeta traducendo la bellezza del celebre inno in felicità. Di queste operazioni ne ho fatte a migliaia ed è così che ho cominciato a costruirmi, grazie a queste operazioni, talvolta veri e propri stupri, talvolta semplici giochi ermeneutici. Amavo Rimbaud e non potevo sopportare che fosse finito a fare il mercante d’armi. Le piccole cose pascoliane venivano stravolte e diventavano grandiose leve esplosive e creative. Il pessimismo montaliano diventava facilmente ottimismo della parola, annullando le differenze, che comunque riuscivo a vedere, con Ungaretti. Ero sempre più giovane e leggevo Senilità, tanto riuscivo a vedervi gli ardori della giovinezza, le sue speranze e la sua gioia.
Partivo dalla dimensione storica, del poeta del suo contesto dei suoi testi delle sue parole della sua esistenza, per impadronirmene e orientarla dove e come volevo, giungendo a negarla. Solo così potevo costruire la mia persona. Ancora non so (siepe, colle, orizzonte, infinito) se ciò contribuì ad avvicinarmi a L’infinito di Leopardi o se fu questa poesia che contribuì ad attivare quella procedura (metodo è parola che avrei scoperto solo più tardi). In realtà negare la dimensione storica dei miei maestri non mi portò, se non in rari momenti (più dichiarati che vissuti), a negare la mia storicità. Al contrario, la purezza metafisica delle loro parole mi spingeva a fare i conti con la mia storia, giorno dopo giorno, dalla nascita in poi, giù giù lungo i versanti di una esistenza vissuta. La mia portentosa memoria diventava così il segnale di questo radicamento e lasciava tracce sempre più visibili di quella che sempre più si configurava come una ragnatela. Il carattere portentoso della mia memoria era qualcosa che chiunque mi frequentava sapeva attribuirmi: non era un vanto e anch’io impiegai moltissimo tempo prima di riconoscerne il senso. Ma di questo ho già parlato abbondantemente.
Dopo un incerto inizio, quel procedimento si consolidava in un uso smodato della parola pura e assoluta per costruire pezzi di vita storicamente vissuta. Non era pragmatismo né eclettismo, ma al contrario esisteva un passato reticolare continuamente ricostruito che garantiva la sedimentazione di nuovi anelli. Il conquibus che qui mi preme mettere in evidenza è il fatto che le letture (e le parole) che sceglievo per formarmi dovevano rifiutare l’autore che le aveva prodotte, rifiutarlo in quello che sembrava l’insieme della persona. Non facevo questo perché “dovevo uccidere il padre”, ma perché sapevo che quelle parole, anche le più metafisiche ed ermetiche, erano il prodotto di una contingenza che qui chiamo storica e che raggruppa in sé dati biologici, culturali, un contesto di eventi ed altro ancora. Amavo Baudelaire, Rimbaud, Pirandello, Montale, Ungaretti, Paz, Nietzsche e tanti altri, ma sapevo (assioma) che la persona cui stavo dando vita non sarebbe mai stata una di quelle persone: e l’approssimazione non avrebbe mai colmato la differenza. Non sto dicendo che non avrei mai raggiunto la fama e il successo di quegli autori, cosa che non mi importava, ma che la persona che aveva scritto il viaggio o la lettera del veggente o la casa dei doganieri era qualcosa di irripetibile e inavvicinabile. Come scrive Stoppard: le montagne non sono piramidi.
Tutto questo lungo preambolo mi riporta al fine al punto di partenza: il punto di vista degli ipotetici lettori e di tutti quei lettori che sono in me. Scrivere De senectute ha per me un senso che sto cercando di chiarire sempre di più, ma leggerlo che senso può avere? Per un adolescente, per un post-adolescente, per un quarantenne, per un coetaneo?
Purtroppo, anche se lo trovo sconcertante, i numerosi lettori, divisi ovviamente per età, non sapranno maneggiare questo materiale nell’unico modo che può essere adoperato: quello cioè descritto finora. Appropriarsi dell’afflato metafisico delle parole per costruire la propria dimensione storica.
Ed ecco la casistica. L’adolescente rifiuterà la lettura perché convinto di trovarsi agli antipodi della vecchiaia; il post-adolescente in fase di costruzione, e che certi passi li ha fatti, apprezzerà senz’altro il contributo di questi Sogni, ma rinvierà la lettura a quando, ahimè, avrà sessant’anni; più o meno faranno i quarantenni che, a seconda dell’umore e delle contingenze, si identificheranno, ahimè, nella tristezza della vecchiaia oppure rimuoveranno del tutto ciò che si troveranno a leggere. Infine, i sessantenni, categoria che non esiste nel campo dei lettori del mio De senectute, anch’essi sono orientati al lamento o alla rimozione, interessati solo a un libretto delle istruzioni.
Insomma, tutti leggeranno il mio povero trattato sulla vecchiaia fermandosi solo alla prima parte del titolo “De senectute” e fingendo di non vedere (o non vedendo affatto) la seconda parte “l’età è solo un colore”.
