“Inondati da torrenziali flussi verbali che hanno smarrito il pudore della carezza e del sorriso affoghiamo e i relitti fossili restano in mostra di necrofili sguardi. Schiaffeggiati da folle assordanti che oscurano il cielo soffochiamo e del nostro cianotico stelo non resta più nulla. Fuggire. Lontano. Fuggire. Altrove. Tacere. Respirare il silenzio profondo, più puro. Gustare il silenzio. Gustare la quiete del tempo.
Quest’anno ha compiuto quaranta anni. Era nell’aria. Un’aria tersa, tiepida, estiva. Ma di quale estate? Aveva fatto un viaggio nel tempo facendosi cullare dai sogni dell’inverno andino. Ma non era invecchiato. Questa sua capacità di avanzare e retrocedere, oltre a non stancarlo, era divenuta parte essenziale della sua anima, e andava ben oltre il ciclico ritmo delle stagioni. In quel viaggio, anche in quello, aveva proceduto con i soliti esperimenti approfittando della purezza dell’aria che si respira in un viaggio.
Non era invecchiato. Non era ringiovanito. Aveva perso la percezione del tempo? o la comprensione? o il sentimento? Rispondere sì o no sarebbe stato lo stesso. Cercava altro, ma non sapeva se avrebbe trovato altro. Al di là di un corpo devastato, al di là di un’anima straziata, al di là delle risposte certe di un corpo segnato e di un’anima segnante.
Guardava allo specchio il suo volto, tremava per qualche ruga e per qualche capello in meno là sulla fronte, ma scorgeva anche giovanili movenze. Non era ciò che gli importava, anche se di ciò si compiaceva. Sapeva con certezza che non voleva né inseguire fantasmi corporei né gareggiare in effimeri concorsi né sentire il piacevole corteggiamento di giovani fanciulle. Vent’anni. Quaranta. Sessanta.”
Il Flauto di Pan seppe suonare queste parole lanciando un messaggio nella bottiglia che è stato ritrovato: è bastato cercarlo tra le pieghe di parole antiche ed esso è apparso. La risacca continuava a sbatterlo sulla spiaggia, ma dolcemente; d’altra parte, c’era sabbia e non poteva rompersi, mentre i granchi violinisti gli danzavano intorno di generazione in generazione. Quel messaggio era stato lanciato da una nave in corsa, ma non lo avevo mai dimenticato: non era un grido d’aiuto, e neppure un divertissement, gesto così comune all’epoca che si definisce post-moderna. Era un appuntamento e una sfida: un appuntamento con il tempo e una sfida a se stesso. Ma quelle parole non mi hanno mai abbandonato ed ogni volta che le recuperavo dal fondo della mia anima scoprivo che rappresentavano un filo rosso, un impegno, progetto e promessa.
Le rughe si sono infittite e i capelli si sono diradati. Frutto dello stupore con cui ho accolto e accolgo il mio destino e deposito le mie scelte. Mi guardo nelle foto recenti e vedo la distanza dalle immagini di quello specchio. Non ho più movenze giovanili, ma lo sforzo che mi ha sempre fatto inarcare le labbra riesce anche a farle sorridere nei momenti più svariati. Lo sfondo, la cornice, il campo di gioco sono sempre gli stessi, ma non mi interessa più ricorrere a parole sfrontate, perché quello sfondo, quel campo di gioco sono ormai acquisiti. Ho deciso di viverci dentro e non mi lamento. La fuga è continuata, a velocità supersonica, finché, un giorno e non so quale, ho varcato il leggero velo che mi separa dal resto del mondo: oltre quel velo sono solo, oltre quel velo ci sono io e dunque la fuga è continuata sempre più veloce dentro di me. Da questa nuova posizione privilegiata il velo mi permette una vista interessante e non mi impedisce di muovermi sia dentro sia fuori, perché l’esperienza ha memorizzato gli spazi e favorito gli spostamenti.
È curioso come persone semplici, al limite dell’ottusità e della preistoria, possano aver pronunciato frasi assolutamente vere, come quella che descrive la solitudine di ognuno di noi. Quella frase è così vera che, nella storia di ognuno di noi e dell’uomo in generale, essa rimane priva di senso: ha smarrito il significato e non indica nessuna direzione. Occorre fare qualche passo e allontanarsi da quella verità per ritrovare un segno e un orizzonte, come fece Baudelaire, come fece Tagore e con loro molti altri. Ma anche questo non è sufficiente e non lo è non per una questione di valore, bensì per il carattere evolutivo della vita, dell’uomo, della società umana. Solo quando quella frase viene scandita e fatta vibrare nei gesti e nei pensieri di ognuno di noi, giorno dopo giorno…anno dopo anno, solo allora si ricompone il messaggio segreto di cui siamo artefici e depositari allo stesso tempo. Solo allora la nostra anima si fa meno ottusa e la nostra vita diventa poesia: non sarà certo una delle 100 opere da portare con sé in un’isola deserta, non sarà certo un best seller, ma sarà qualcosa che ci conforma e che lascia un ricordo ben più avvolgente di una lapide di cimitero. Non a tutti però è concesso questo privilegio, perché troppo spesso la volontà di potenza viene trattata o come nemica da rifuggire o come deus ex-machina, e mai come amica da accogliere col sorriso dentro di noi. Così vengono pronunciate frasi lette o ascoltate (per caso o per dedizione non è importante) che diventano solo un bel vestito (tralascio gli orrori che spesso vengono articolati, anche qui per caso o per dedizione non è importante). Un bel vestito che nulla ha a che vedere con quello che esprimiamo e, cosa non secondaria, incapace di costruire un ponte con quello che avevamo espresso qualche tempo prima. Perdendo regolarmente la dimensione storica, dunque evolutiva, rientriamo nel processo evolutivo come semplici granelli di sabbia.
Lo avevo già catturato in uno dei miei tratturi e ne ero convinto, ma non mi rendevo conto di cosa si nascondeva dietro quella acquisizione, perché non ne vedevo il dis-viluppo. Occorreva passare per di là e restare insonni perché la pergamena si facesse leggibile. Nella consapevolezza che fuori dallo scatto e dallo scarto, cioè dalla ricostruzione cosciente della rete di cui siamo il centro, c’è solo il lentissimo muoversi della natura, che riesce a modellare il territorio solo dopo milioni di anni e con la partecipazione di numerosi elementi. La stessa natura che ha impiegato così tanto tempo a formare montagne e valli e laghi e mari e pianure impiega un tempo disumano (oltre la vita di un uomo) per modellare l’uomo stesso. Accelerazioni e cataclismi possono generare mutamenti repentini, ma locali: il quadro si modifica solo in tempi troppo lunghi perché ne possiamo avere una minima percezione.
Nulla è cambiato nel mio percorso. La verità rimane parziale e si prepara a generare nuove verità, sempre parziali. Verità che sono geneticamente legate alle precedenti a tal punto da ricordarle, ma che, allo stesso tempo, se ne distaccano a tal punto da non riconoscerle. Ho lasciato il testimone? Troverò qualcuno che vorrà continuare a dis-viluppare quella pergamena? Non so. Facile di certo non sarà.
