SOGNO N.12
Sono sempre stato un ottimo Maestro, un ottimo educatore e un ottimo precettore.
Perché non sono mai stato compagno di sbronze. Eppure, quelle tre parole mi riempiono solo parzialmente, un po’ per via dell’etimologia a cui non mi riesce sfuggire e un po’ per via dei luoghi comuni che creano solo Massimi Comuni Divisori.
Maestro in fondo è più grande, ma oggi più grande cosa vuole dire?
Educatore è colui che conduce fuori e qui ci siamo quasi, a patto di non cadere nella antica o moderna maieutica.
Precettore è senz’altro parola aderente in quanto prende prima, ma l’MCD si fa grosse risate pensando immediatamente a qualche nobile d’antan.
È in questi casi che ci si rende conto come siamo andati ben oltre la letteratura a cui eravamo abituati, perché le parole hanno assunto un peso che mai era stato loro attribuito. Le parole non hanno perso il loro significato, ma hanno rotto gli argini e hanno cominciato a fuoriuscire dal guscio che le proteggeva e che le conservava intatte, mature e saporite, per il consumatore-estimatore.
Maestro, Educatore, Precettore hanno mantenuto un legame con la radice ed è per questo che non possiamo fare a meno dell’etimologia, ma poi si è avuta un’espansione tale che il ricorso alla parola non è più sufficiente. Per molti secoli le parole sono state solo elementi identificativi delle cose (nomina sunt consequentia rerum, scriveva Giustiniano) ma oggi ogni parola avrebbe bisogno di una ex-plicazione che ci porterebbe molto lontano.
È dunque in questo apparente mistero che si cela il senso della fine della poesia e del romanzo così come li conosciamo. Il romanzo finisce nel momento in cui trame e personaggi vengono ricondotti al punto fermo della parola. La poesia finisce nel momento in cui, pur enfatizzando la parola, la smarrisce nel percorso che la poesia costruisce. Occorre che il romanzo rompa la membrana cellulare della parola dandole l’enfasi che la migliore poesia le ha attribuito, mentre la poesia deve prolungare i propri filamenti trasformando il mistero e l’arcano in oggetti reali ma provvisori, da tenere sotto controllo per nutrirli e farli crescere.
Non è questa la sede per sviluppare, anzi dis-viluppare, le tre parole in questione. Esse nascevano dalle domande che mi ponevo al termine del Sogno precedente e chiedevano solo un fugace e modesto attardarsi, che, come sempre mi accade, mi ha portato in un’altra direzione. Tutt’altro che indifferente.
Troppi maestri, molti educatori, nessun precettore.
Una gran confusione. Ancora il Massimo Comun Divisore.
Non è questione di colpe. Così va il mondo. Soprattutto in una società, ormai divenuta di massa, dove ogni soggetto, addirittura ogni individuo, si incarica dei destini dell’umanità e pretende quell’attenzione che un tempo era dedicata soltanto agli άριστοι. Non sono qui a rimpiangere un passato che non mi appartiene né a sollecitare la costruzione di Torri Eburnee o passeggiate aventiniane e neppure sprezzanti passeggiate alfieriane lungo l’Arno. Ho impiegato una vita per capire che bisogna parlare il linguaggio della comunità per non essere tagliati fuori dagli aggiornamenti e dal continuo resettaggio sociale. Il moto perpetuo: aggiornamenti-resettaggio-aggiornamenti-resettaggio… Imparare però non è stato mai per me l’obbiettivo principale, almeno nel senso del manthano (da cui matematica), perché esso presuppone una realtà oggettiva, per cui –come ha detto il mio più caro amico pochi giorni fa- in realtà non ho imparato a conoscere neppure mio padre. È vero.
Ed è proprio qui, in questa in-capacità di non contenere, di non prendere (ancora capere), che risiede la via di svolta. Il varco. Solo che mentre in Montale (e non era poco) esso si traduceva in intuizione che comunque e dovunque faceva fatica a incarnarsi, prima di tutto nel suo quotidiano cucire l’abito dell’esistenza, in me ha assunto la sfida del chirurgo plastico. Il mio vaso non è in grado di contenere il liquido che di volta in volta ne lambisce gli orli: ne godo, ma poi il liquido scompare per colpa o di un foro o della porosità con cui sono stato plasmato. Giorno dopo giorno la mia immensa fatica, quasi Sisifo moderno, mi lascia privo di quella sazietà che prelude al sonno e alla morte. Certo sazietà è ancora satis-abbastanza e un tempo decorai il vaso con la parola insoddisfazione come in-satis-facere, ma oggi mi chiedo se fosse utile tutto questo oppure si trattò di un abbaglio con cui cercai di attirare in un tranello il tempo e il suo inesorabile scorrere: un metodo personale e suggestivo che non è molto diverso dalla religione.
È vero che non ho capito, com-preso, mio padre, come ho fatto con decine di persone che hanno accompagnato il mio cammino, ma l’originalità del mio vivere sta proprio in questa in-com-prensione, perché ha permesso di creare nuove persone, cambiando loro l’aspetto che le caratterizzava fino a quel punto, dunque trans-formandole. Quelle persone e la mia persona in primo luogo. È così che il varco, la maglia rotta nella rete, l’anello che non tiene hanno cessato di essere programma e strategia per diventare carne e corpo soggetti alla storia, mostrando il carattere di possibilità della vita umana. Esperimento e legge: affinati in un percorso a spirale irreversibile.
Molti sanno riconoscere questo segno, soprattutto se si sono fermati.
SOGNO N.13
Ieri Beatrice si è interrogata sulla morte e ha pianto. Quale risposta alle sue domande?
….
Qui termina il mio De senectute, ma fu un prologo a qualcosa che preannunciava. Passarono pochi anni e questo prologo ha dato vita ai nuovi tratturi, della cui necessità si parla, sebbene in modo non esplicito, in questi sogni. Il Sogno n. 13 è dunque il sogno dei sogni, la fine che si pro-mette di continuare a sognare anche se sono stati necessari alcuni anni perché questo nuovo sogno cominciasse a prendere forma. Questo mio De senectute non è in realtà il capitolo zero dei miei nuovi tratturi, perché anche se ne anticipa parti e concetti, invitando a svilupparli, in molti casi parti e concetti saranno incorporati nelle nuove pagine.
