SOGNO N.2

Questo libro sarebbe assolutamente inutile se io fossi dotato di un dono cui ho rinunciato, per stupidaggine o per presunzione (v. I cipressi di San Cornelio), 45 anni fa. Un dono che non riesco a rimpiangere e che persone a me care e incontrate solo di recente fanno di tutto per restituirmi, facendo ricorso anche a enti a loro superiori. Pur sapendo che queste persone vorrebbero la felicità di molti altri, sapere che sono destinatario dei loro pensieri e dei loro tentativi mi commuove e mi lascia perplesso. Molto perplesso. Non su di loro, come qualcuno potrebbe subito pensare, ma su di me. Eppure, questa insistente e insistita perplessità che di-laga nel mio cuore non riesce a scalfire quella dura corazza che, a ragione o a torto, mi sono costruito: l’unica, forse, corazza che mi avvolge e che –pare- io non voglia mettere in discussione.

Accolsi quel rifiuto deciso con tutta la gioia e la soddisfazione di un peso di cui ci si libera: so bene di quale arroganza fui capace con quel gesto. Ma ho imparato a non rimpiangere nulla, a non guardarmi indietro, a non valutare il presente rispetto a un ideale o a una fantasia. Quel presente, che a molti può non piacere, è il mio presente e ringrazio me stesso per averlo scelto a dispetto di tutte le difficoltà e la confusione che possono trasparire. Ho imparato ad essere, a voler essere, a voler scegliere il mio destino. Non ho rimpianti né per coerenza né per chiusura mentale, ma perché dietro e davanti alle mie scelte c’è sempre un filo rosso, un angelo custode per restare in tema, che mi ha accompagnato e che io ho seguito, assumendomene sempre la responsabilità. Sono contento di aver tagliato là dove ho tagliato e sono contento di non averlo fatto quando sarebbe stato facile e –per taluni- necessario. In nome di cosa? Ecco che l’ideale, il valore assoluto, e dunque l’ideologia, cacciati a parole rientrano nella vita quotidiana. E allora la confusione non è certo la mia.

Sto parlando di amori e amicizie, di lavoro e di relazioni. Ma il tema di questo sogno è un altro: la Fede. Certo qualcuno mi potrebbe rimproverare per questa cieca coerenza: perché non tornare sui propri passi se si ha il coraggio di individuare in quella scelta di 60 anni fa (45 al momento della composizione) assurdità, stupidaggine, arroganza? È qui (anche qui) che mi distinguo. Quella scelta mi ha formato e mi ha conformato: se sono quello che oggi sono è grazie anche a quella scelta. Se non l’avessi fatta probabilmente oggi sarei un’altra persona, forse migliore e più felice…oppure più infelice e peggiore. Ho detto che non c’entra la coerenza e dunque non sono ostinato, non ho intenzione di perseverare per principio o per partito preso. Rimango aperto, sebbene chiuso. Sono pronto a farmi ferire nonostante la corazza. In questo come in tutti gli altri aspetti di questa mia esistenza. Anche qui entra in gioco la spirale. Non posso semplicemente riannodare un filo che si è rotto, riprendendo il cammino là dove l’ho interrotto, perché altri fili, radici, rami si sono sviluppati. Se il mio incontro con la Fede dovesse stabilirsi di nuovo, esso dovrà avvenire a partire da ciò che sono, da ciò che sono diventato, dovrà saper sviluppare un dialogo sulle basi di questa trasformazione. Se ciò avverrà, non mi tirerò indietro. Non c’è colore che non possa adattarsi in questo tramonto al quadro che sto dipingendo.

Ma torniamo al punto di partenza per chiarire il senso di questo sogno. Questo libro sarebbe assolutamente inutile se io fossi dotato di quel dono che è la Fede: sarei forse più sereno, più soddisfatto e meno confuso mi preparerei all’abbraccio che si prospetta al termine di questa vita.

Contrariamente a ciò questo libro diventa invece estremamente utile.