Vorrei fare a meno di seguire un percorso storico, cioè cronologico, ma non farlo risulterebbe peggio. D’altra parte, se è vero che esiste persino una storia della natura a maggior ragione esiste un modo di riflettere, storicamente determinato ed evolutivo, sulla vecchiaia. Dubbi invece non ne ho avuti per quanto riguarda il contesto culturale, il territorio dentro il quale intraprendere il mio viaggio e in tal senso ho escluso a priori ogni riferimento a culture altre e non solo per limitata conoscenza, quanto invece perché convinto che fuori dall’occidente non esiste tema capace di dialogare con la concretezza storica della persona: si tratta di far sbocciare delle verità e non di trovare quella sentenza o quella riflessione che più ci sembri la verità. Lo stesso cristianesimo che non è privo di valori fondanti ha sempre saputo produrre qualcosa di più profondo, rendendo più nitidi e ricchi gli orizzonti ai quali è necessario guardare.

Il De Senectute di Cicerone rappresenta inevitabilmente il punto di partenza, soprattutto perché sintetizza il punto di vista classico sull’argomento. Rileggendo il testo a diversi decenni di distanza dalla prima volta mi colpisce la chiarezza del ragionamento rapportata all’oggetto dello studio. Il logos in azione. Mi colpisce di più qualcosa che al Liceo non mi avevano invitato a cogliere. L’opera di Cicerone, vero antesignano del metodo cartesiano, si concentra sulle caratteristiche della vecchiaia di un uomo nella sua pienezza umana. E se persino gli dèi erano uomini dalle possibilità estreme, appare comprensibile che l’oratore romano sviluppasse aspetti esclusivamente limitati alla materialità dell’uomo, una materialità superiore, in cui il pensiero aveva le sue radici nella finitezza e limitatezza umana.  E così le regret è individuato in quattro punti: la vecchiaia distoglie l’uomo dagli affari; è accompagnata dalle infermità del corpo; priva il corpo di ogni desiderio e infine confina da vicino con la morte. È il saggio uomo romano, formato alla filosofia e dunque alla ragione, così consapevole dei limiti di ogni essere umano da aver attribuito l’immortalità solo a una sua proiezione, capace di ricondurre gli eterei suoi pensieri alle radici che lo tengono ben piantato a terra, in un continuo processo che sale e scende utilizzando tutti i canali che lo compongono, senza distinguere tra vasi e nervi. Ecco che l’uomo romano riesce attraverso il pensiero ad andare oltre l’immediatezza dei sensi e delle emozioni, un’immediatezza limitata come il suo pensiero, ma infinitamente più povera e da cui ha saputo prendere le distanze. Il pregiudizio è la fonte del giudizio, come dice Gadamer, e l’uomo romano non si tira indietro: affronta l’uno per creare l’altro. E di tutto ciò ci lascia un segno. Carattere. Etica. Responsabilità.

“Spondesne? Spondeo.”

È una promessa, un atto di fede, un legame che si viene a creare tra la domanda e la ri-sposta. La vecchiaia può non distogliere dagli affari (gerere res, cioè occuparsi di cose importanti), non necessariamente rende più malati e per quanto riguarda il desiderio, non esiste solo la voluttà; infine, la sua vicinanza alla morte è qualcosa di relativo. Molte sono invece le lodi che si possono fare della vecchiaia, basta vedere le cose da diversi punti di vista: la memoria, l’ingegno, il conversare, i ragionamenti, il senno.

Ma la condizione fondamentale è che la vecchiaia discenda da una gioventù ben allevata.

Ciò che Catone-Cicerone invita a seguire è la misura: la misura non è un valore assoluto, ma un criterio, cioè uno strumento, un filtro. Est modus in rebus. Ma la misura è possibile solo all’interno di un universo misurabile o almeno ritenuto tale. Un universo circolare come quello classico in cui il passato è il futuro così come la primavera scorsa è pur sempre la primavera futura. Della misura avremmo bisogno oggi, in tempi in cui eccesso e trasgressione, cioè dismisura, la fanno da padrone. Non vale fare citazioni, perché ciò è sotto gli occhi di tutti. Come vorrei che la misura, in medio stat virtus, dilagasse e si imponesse nella vita di tutti i giorni: a scuola, per le strade, in famiglia. Purtroppo, so che quel cerchio che regolarmente ripeteva le sue spire non è più tra noi, quel cerchio che faceva guardare al passato e ai vecchi con interesse e reverenza. Purtroppo, è morta anche la retta che imponeva la misura di passi ordinati, riprendendo quel criterio persino nella scienza attraverso –così per dire- la campana di Gauss.

Oggi la vita è complessa e abbiamo scoperto che anche la natura è complessa e cerchio e retta sono insufficienti: un demone ha fatto esplodere i confini, ha dilaniato le pareti, si è insinuato in tutti quei punti senza dimensione che ci hanno insegnato, ha distrutto la misura e ci ha scaraventati nello spazio di galassie del tutto ignote. Cosa può il passato di fronte a questa esplosione? Cosa può un vecchio di fronte alla scoperta continua? Cosa può un cerchio o una retta di fronte alla spirale e alle forme frattali e topologiche che si riproducono? Approssimazione per difetto o per eccesso lasciano il posto a numeri senza approssimazione.

Gli esempi citati da Catone-Cicerone, come le Vite parallele di Plutarco o ancora (perché no?) le Vite di Vasari, sono numeri modesti e finiti: l’atomo ha lasciato il posto ai quanti e a particelle-onde incommensurabili.

La scomparsa della misura non significa però il Caos e tantomeno la scomparsa anticipata della vecchiaia. Rimescolare le carte per dar vita a una nuova partita.